Tutto ha avuto inizio con una tovaglia di cotone, sicuramente di inizio anni Cinquanta del secolo scorso. Forse anche prima, nel caso fosse parte di biancheria ereditata. Non posso risalire più indietro e non c’è più nessuno cui chiedere. L’aspetto testimonia un uso prolungato e ripetuti lavaggi. Qua e là, soprattutto in corrispondenza del delicato orlo a giorno che percorre il bordo, il tessuto è bucherellato.
Non riesco a eliminarla. È comunque un bel tessuto che i lavaggi ripetuti hanno reso molto morbido. La cosa più logica sarebbe farne stracci per spolverare oppure teli o sacchetti per riporre posate e stoviglie delicate. La cosa più ‘rischiosa’ sarebbe usarlo per qualche esperimento di tintura.
Opto per la seconda soluzione, ricavandone una serie di strisce in modo da poter fare prove di colore con diversi materiali vegetali. Opportunamente mordenzate, attendono il momento di diventare la base per esperimenti di colore.
A primavera arriva il momento delle prove di tintura con materiali diversi:
- foglie di olivo ricavate dalle potature,
- foglie di alcune piante di carciofo che si trovano in giardino e che tentiamo inutilmente di controllare (la qualità dei carciofi non è delle migliori. In compenso la fioritura è molto bella e attira bombi in quantità!),
- foglie di edera che cresce in abbondanza abbarbicata ad arbusti e alberi in alcune zone completamente abbandonate del paese.
Il risultato? Una serie di sfumature di giallo, simili ma diverse, che possono servire come base per stampe vegetali.
Una rapida ricognizione di quello che ho a disposizione mi porta a riscoprire un contenitore pieno di foglie di eucalyptus, l’unico materiale vegetale che non proviene dagli immediati dintorni.
Una parte delle foglie è arrivata dalla Sardegna, da Anna De Col che me le ha inviate in occasione dello scambio di informazioni e manufatti per un articolo dedicato alla sue sperimentazioni colorate. Un’altra parte l’ho raccolta lungo la costa di Ostuni, nella zona del Parco Naturale Regionale Dune Costiere da Torre Canne a Torre San Leonardo, durante una passeggiata con amici di lunghissima data che ogni tanto ci reclamano su territorio pugliese (e viceversa, naturalmente).
Decido di utilizzare le foglie di eucalyptus per stampare le strisce in varie tonalità giallo, usando supporti in ferro e immergendo i fagotti in un bagno ferroso per l’ammollo e la cottura (con la solita vecchia zappa senza manico che mi porto dietro da decenni, senza un motivo preciso se non la nostalgia per una terra che non c’è più, e che utilizzo per bloccare i fagotti sotto il livello dell’acqua).
Mi sono fatta l’idea che i toni della stampa dovrebbero essere tra il grigio e il nero. Quello che mi interessa è che rimangano sul tessuto le sagome delle foglie delle due varietà di eucalyptus (che, peraltro, non so riconoscere con certezza).
Il risultato è un abbinamento inconsueto tra materiali locali (olivo, carciofo ed edera) e un materiale doppiamente esotico, per Navelli (dove non potrebbe resistere) e per le zone da cui proviene (Sardegna e Puglia), introdotto chissà quando dalla sua terra originaria.
Le strisce cos’ stampate sono diventate, con la collaborazione di Agnese, una comoda casacca da indossare senza problemi e senza guardarsi allo specchio. E’ comoda? E’ pratica? E’ portabile in ogni occasione? Mi ci sento bene dentro? E’ perfetta! Non è alla moda? Pazienza!
Certo, non è così consueto vedere qualcuno indossare capi cosparsi di foglie. Ma il bello delle sperimentazioni ecoprint, anche quelle inesperte come lo sono le mie, è proprio questo: avere l’impressione di indossare un pezzetto di natura – proveniente originariamente dalla lontana Australia, in questo caso -, con la certezza di non avere sprecato nulla e di avere recuperato un minuscolo frammento di storia, grazie alle strisce ricavate da una tovaglia di famiglia!
C’è una cosa ancora più importante: la consapevolezza ambientale. Così, ricostruire la storia dell’eucalyptus significa ricostruire una visione del mondo a partire da quando, nel 1788, i semi di una sola specie sono approdati in Inghilterra, inaugurando il loro inarrestabile cammino nel mondo e modificando anche in profondità l’ambiente in tutte le zone dove si sono acclimatati (raggiunti poi da altre varietà!). Cosa è successo?
Per capirlo si può leggere il racconto di Andrea Wulf ne La confraternita dei giardinieri. Come un gruppo di uomini uniti dalla passione per le piante rivoluzionò la botanica e i giardini d’Europa, Ponte alle Grazie 2011.
L’autrice ricostruisce la storia della scoperta e della successiva introduzione di piante fino a quel momento sconosciute su suolo inglese nell’arco di due secoli (1600 -1700).
Si tratta di una storia apparentemente secondaria rispetto all’esito delle scoperte geografiche che cambiarono definitivamente l’assetto sociale, politico ed economico del mondo, ma non meno importante per le modificazioni della vegetazione nativa, a tutte le latitudini: è la stessa storia che rende oggi molto difficile parlare di ambiente naturale, a meno che non si individui un’area in cui si riscontri la presenza esclusiva di specie native. Ma si tratta di aree ormai molto limitate.
Il volume si conclude con un Glossario che riporta in ordine alfabetico le piante cui l’autrice fa riferimento nel corpo del testo. Il nome scientifico è seguito dal nome comunemente utilizzato e da una data. La data corrisponde all’introduzione della singola pianta sul suolo inglese. In corrispondenza di Eucalyptus Gummifera (Eucalipto) la data è il 1771. È l’anno in cui l’Endeavour, una nave della marina britannica al comando del tenente James Cook, approdò in Inghilterra dopo un viaggio di tre anni durante il quale aveva raggiunto per la prima volta un continente fino allora solo ipotizzato, l’Australia, e in particolare la Botany Bay (sul suo lato nord si trova oggi l’aeroporto di Sydney), il 19 aprile 1770. Tra i passeggeri dell’Endeavour, c’erano un botanico dilettante, Joseph Banks, un naturalista, Daniel Solander (allievo di Linneo), e due pittori botanici.
I semi dell’Eucalyptus Gummifera furono gli unici che sopravvissero al viaggio tra quelli delle tante varietà di eucalipto presenti nella baia.
Diciotto anni dopo, il 26 gennaio 1788, per decisione del governo britannico (il re è Giorgio III), una “flotta di undici vascelli con a bordo 1030 persone, di cui 548 prigionieri e 188 prigioniere, al comando del capitano di vascello Arthur Philip, entrò a Port Jackson o, come sarebbe stato ribattezzato di lì a poco, a Sydney Harbour, la baia di Sydney” (da Robert Hughes, La riva fatale, Adelphi 1990, p. 24). È l’inizio dell’esilio forzato per migliaia di detenuti e di una nuova forma di colonizzazione di un continente ritenuto completamente disabitato e, meglio, abitato solo da un incredibile varietà di piante da indagare, classificare, raffigurare e, naturalmente, importare. All’arrivo della spedizione “queste cale riparate erano coperte di una fitta vegetazione. Gli alberi più imponenti erano gli eucalipti: eucalipti rossi, angofore (Myrtaceae, correlate con l’Eucalyptus, ndr.), eucalipti rosa e una decina di altre varietà. Prima della fine del Settecento nessun europeo aveva mai visto un eucalipto e certo dovevano sembrare alberi ben strani, con i loro lunghi festoni di corteccia e le giunture morbide e ondulate dei rami, che ricordano la piega di un braccio o di una gamba, con il loro gesticolare ondoso e la caligine del fogliame perenne. Non sempreverdi ma sempregrigi: il morbido colore del bush (il termine che designa il territorio australiano a vegetazione spontanea, ndr.), monotono a prima vista, ma vibrante di sfumature per l’occhio assuefatto (ibidem, pp. 25-6)”.
L’approdo di James Cook sulle coste australiane segnò l’inizio della colonizzazione britannica dell’immenso continente. L’approdo dei semi in Inghilterra quello della colonizzazione del mondo da parte dell’ecucalyptus.
La stampa vegetale con le foglie di Eucalyptus è il risultato delle ricerche di India Flint agli inizia degli anni Novanta. Per saperne di più il modo migliore è quello di frequentare il suo corso Eucalyptographia oppure, se già avete un po’ di esperienza con la stampa vegetale e non avete timore dell’insuccesso, sperimentate in modo un po’ sconsiderato, come ho fatto io per la mia casacca!

TESTO E FOTO: Rosa Rossi
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