Quando il piacere (e la facilità) di scrivere prende il sopravvento sulla narrazione. Analisi di un caso editoriale

Leggendo Ilaria Tuti, Fiore di roccia, Longanesi, 2020 

Per parlare di questo romanzo, ispirato alla vicenda delle portatrici carniche durante la prima guerra mondiale, è indispensabile iniziare dalla Nota dell’autrice, posta a conclusione del testo. Proprio in questa nota si trovano le motivazioni della narrazione, si comprende il contesto in cui la vicenda narrata è ambientata e si trovano i riferimenti bibliografici che l’autrice ha tenuto presenti nel ricostruirla dal quasi assoluto silenzio in cui è stata confinata

Eccone l’elenco:

  • AA.VV., Le Portatrici Carniche, Ed. C. Cortolezzis, Paluzza 2018 (Associazione Amici delle Alpi Carniche)
  • Stefano Ardito, Alpi di guerra, Alpi di pace. Luoghi, volti e storie della grande guerra sulle Alpi, Corbaccio 2014 
  • L.  Casadio – Igino Dorissa – Gabriele Moser, L’anno della grande fame. Fielis e la Carnia durante l’occupazione austro-ungarica del 1917-1918 nel diario di don Emilio Candoni, (Associazione culturale Nuova Latteria, Fielis, Tolmezzo) Olmis 2018
  • Enzo Forcella – Alberto Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza 2014
  • Antonella Fornari, Le donne e la prima guerra mondiale. Esili come brezza nei venti di guerra, DBS Danilo Zanetti Editore, Montebelluna 2015
  • Adriano Gransenigh, Guerra sulle Alpi Carniche e Giulie (La Zona della Carnia nella Grande Guerra), Andrea Moro Editore, Tolmezzo, 2003 (Libreria editrice Aquileia, Tolmezzo, 1994)
  • Enrico Meliadò – Roberto Rossini, Le donne nella grande guerra 1915-1918. Le Portatrici carniche e venete, Gli Angeli delle trincee, Sometti 2017

Oltre ai titoli elencati nel testo, per lo più relativi a pubblicazioni nate a ridosso del centenario degli eventi esaminati per le indispensabili celebrazioni istituzionali di fatti troppo spesso trascurati anche nei libri di scuola, esistono altri titoli, alcuni dedicati in modo specifico alle ‘portatrici’ e a tutte le altre attività svolte dalle donne destinate ai servizi collaterali alla guerra. Tra gli altri:

  • Alessandro Gualtieri, La Grande Guerra delle donne. Rose nella terra di nessuno, Mattioli 2012
  • AA.VV, Donne nella Grande Guerra, Introd. Dacia Maraini, Il Mulino 2014
  • Bruno Bertolo – Gianni Oliva, Donne nella prima guerra mondiale. Crocerossine, lavoratrici, giornaliste, femmes de plaisir, eroine, madrine…, Susalibri 2015 

Questo lavoro di ricerca – dal punto di vista della sottoscritta (insegnante di materie letterarie nel liceo classico ormai in pensione da parecchi anni) – è  una fase indispensabile per leggere un testo con competenza per poi recensirlo o anche parlarne con cognizione di causa.

La citazione nella pagina di apertura del romanzo – “Anin, senò chei biadaz ai murin encje di fan” (Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono di fame) – è di Maria Plozner Mentil (1884 – 15 febbraio 1916), l’unica portatrice carnica che abbia ricevuto un riconoscimento ufficiale dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro nel 1997.

Nelle due pagine successive, precedute dalla data Maggio 1976, è introdotta la voce narrante – Agata Primus – una delle portatrici -, emigrata nel Dopoguerra e tornata dopo lunghi decenni, richiamata dal rovinoso terremoto che ha devastato la sua terra il 6 maggio 1976.

Nel passo successivo (preceduto dal numero 2, di complessivi 47 capitoli senza titoli), è datato Giugno 1915, la guerra) ha inizio il racconto che l’autrice affida alla voce narrante in cui si alternano forme verbali al passato (vidi, disse, spiegò, ecc.) a forme verbali al presente (mi chiedo / prova / sa, ecc.) riferite al momento attuale, in cui l’autrice colloca la narrazione (1976), e al passato che riemerge dai ricordi.

Prima di affrontare le caratteristiche della narrazione, è bene considerare la fascetta che avvolge il libro al momento dell’acquisto, propriamente: “fascetta editoriale, striscia di carta sovrapposta trasversalmente alla copertina delle novità librarie, su cui gli editori sogliono stampare poche parole, a carattere pubblicitario, di presentazione dell’opera” (la definizione è tratta dal Dizionario Treccani). Volendo, si può utilizzare una definizione aggiornata: “Blurb, strillo, fascetta: sono tutti i nomi per indicare quella striscia di carta, spesso colorata, che avvolge il libro e contiene cifre di vendita, o la partecipazione a premi importanti, o elogi sopra le righe di autrici o autori famosi o di personalità note” che tiene conto dell’attuale mercato editoriale e dei nuovi meccanismi della pubblicità.

Per trovare conferma a questi nuovi meccanismi di marketing, digito parte della citazione inserita nella fascetta nel motore di ricerca (“… minuziosa attenzione al linguaggio, alle sue architetture, alla sua musicalità”), dovuta a Dacia Maraini. Il risultato è immediato ed è una sorpresa: si riferisce infatti a un altro romanzo di Ilaria Tuti, Ninfa dormiente, (Longanesi, 2019).

In un attimo, si trova conferma del peso preponderante della pubblicità nel creare un caso letterario, nell’utilizzo disinvolto delle parole di un personaggio affermato, nella leggerezza con cui le stesse parole possono essere utilizzate per opere diverse, quando non entrano nelle questioni profonde della narrazione (ossia nei contenuti), dei personaggi, dei sentimenti e, come nel caso di Fiore di roccia, nella tragicità della storia recuperata.

La campagna pubblicitaria è volta ad acquisire compratori. La casa editrice ha interesse a creare un caso letterario e, possibilmente, a farlo diventare un best seller. Gli strumenti devono essere funzionali a questo risultato, poco importa che entrino nel vivo delle questioni.

La conferma viene dai numeri citati nel risvolto posteriore della fascetta (in maiuscolo: OLTRE 150.000 COPIE VENDUTE UN PASSAPAROLA INARRESTABILE). Ora, dal colophon del testo posseduto (ossia, dalla pagina che precede il titolo e che contiene tutte le informazioni editoriali relative al volume) si ricava che è stato stampato nel mese di gennaio del 2024 e che fa parte della XVII edizione (la prima risale al giugno 2020).

Anche in questo caso le parole sono importanti. L’edizione corrisponde alla prima pubblicazione di un testo. Se il testo ha necessità di modifiche, integrazioni (correzioni, note, ecc.), aggiornamenti, si procede ad una seconda edizione. In caso contrario non si tratta di edizioni ma di ristampe alle quali si procede quando la precedente stampa è esaurita.

Quindi, se i lettori sono stati 150.000 dalla prima edizione, significa che sono circolate e sono state vendute ad ogni ristampa, circa 9.000 copie e che la campagna pubblicitaria (anche sulla scorta del successo di Ninfa Dormiente, un thriller divenuto uno sceneggiato) ha funzionato. Chi scrive lo ha acquistato nel mese di marzo del 2025, sulla base della scelta emersa in un gruppo di lettura formatosi di recente. Quindi la XVII ristampa è ancora in circolazione.
In un’altra recensione citata dalla Casa Editrice Longanesi, si legge: “Il bel racconto di Ilaria Tuti, “Fiore di roccia”, è veramente uno dei pochi romanzi che può reggere al confronto con i classici che si sono cimentati con la Grande Guerra” (da TuttoLibri, la Stampa).

Ora, fare una ricognizione dei romanzi ispirati dalla prima guerra è complicato. Si tratta di una ricognizione che non può limitarsi ad autori italiani (es. Alfredo Panzini, Il romanzo della guerra nell’anno 1914, Milano, Studio Editoriale Lombardo, 1915) né può essere circoscritta a quelli immediatamente successivi (Paolo Monelli, Le Scarpe al sole, cronaca di gaie e di tristi avventure di alpini di muli e di vino, Bologna, L. Cappelli editore, 1921; Ugo Ojetti, Mio figlio ferroviere, 1922) ma deve estendersi fino alla seconda metà del Novecento (Emilio Lussu, Un anno sull’altopiano, 1937; Mario Rigoni Stern, L’anno della vittoria, 1985 ). La ricognizione dovrebbe tenere conto di autori stranieri (francesi, tedeschi – Joseph Roth, Zipper e suo padre,1928,1966 – ma anche statunitensi – Ernest Hemingway, Addio alle armi, 1929 – e dovrebbe considerare il confine tra cronaca, diari di guerra, ricordi e romanzi.

Non compaiono autrici che abbiano dedicato direttamente pagine di narrativa alla guerra ed è corretto interrogarsi sul perché. Per farlo riprendo in considerazione uno dei titoli citati sopra (Bruno Bertolo – Gianni Oliva, Donne nella prima guerra mondiale. Crocerossine, lavoratrici, giornaliste, femmes de plaisir, eroine, madrine…, Susalibri 2015).

Dal titolo emerge che i lavori ritenuti adatti alle donne sono lavori di ‘supporto’ alla guerra e alle truppe. Con l’unica eccezione delle crocerossine e delle giornaliste – pochissime, tra le quali Anna Franchi (Livorno, 15 gennaio 1867 – Milano, 29 novembre1954 – e Dorothy Lawrence (Hendon, 4 ottobre 1896 – Londra, 29 agosto1964) – non richiedono titoli di studio. Quindi, nella maggior parte dei casi, sanno a malapena leggere e scrivere. I loro compiti si svolgono tra casa, stalla e campi, soprattutto in zone isolate. Sicuramente sono esistite e, forse, esistono pagine dedicate dalle donne (figlie, madri, mogli, sorelle …) alla perdita dei propri cari, ma non meraviglia che le notizie siano limitate ai riferimenti che gli uomini hanno affidato ai loro scritti, dal loro punto di vista. Sono storie che vanno ricostruite dai frustoli ancora recuperabili negli archivi (privati e pubblici). Ed è necessario ricordare che tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento le donne erano ancora relegate in casa o, al massimo, addette ai lavori attinenti alla cura dei bambini e dei ragazzi (ad es. come insegnanti nei livelli primari della formazione).

E che la lotta per partecipare alla vita pubblica e politica era appena in divenire.

E, anche, che l’Italia, da questo punto di vista, non è stata all’avanguardia.

Di conseguenza, tra le portatrici non sono emerse persone che abbiano affidato alla penna la loro storia preziosa. Non ne avrebbero avuto né la possibilità, né il tempo, né la forza. E forse neppure il desiderio. L’importante era portare aiuto ai combattenti, sapere di essere utili al fine di salvaguardare le famiglie e la loro terra e raggranellare la ricompensa che veniva loro data per il lavoro che, in ogni caso, avrebbe contribuito a dare da mangiare alla famiglia in assenza degli uomini.

L’autrice, originaria di quelle terre friulane, ha dunque affidato il racconto ad una delle portatrici, emigrata e, nella finzione letteraria, tornata in occasione del terremoto (ossia nel 1976, anno di nascita dell’autrice stessa).

Ora, chi scrive è nata molto prima, ricorda il dramma di allora per averlo seguito, ha amici nati in quei luoghi e sa con certezza che, in realtà, gli emigrati, in quella drammatica circostanza, non tornarono. Non sarebbe stato possibile, sarebbe stato d’intralcio e, in ogni caso, avrebbe trovato la casa in macerie.

Se ne ricava che la coincidenza fa parte della finzione letteraria e che la narrazione è – inevitabilmente – collocata indietro nel tempo e nei luoghi che garantiscono la verosimiglianza generale. Se si esaminano da vicino una o più pagine dello scritto, dunque, è facile riconoscere gli elementi che ne fanno un romanzo ben scritto, godibile e fruibile, in grado di soddisfare un pubblico che legge per il gusto di leggere una bella storia, senza aspettarsi che sia una testimonianza di fatti realmente accaduti.

Lo si ricava dalla generale sovrabbondanza del testo, infarcito di immagini ad effetto, costellato di figure retoriche che si accavallano, si rincorrono, si moltiplicano (similitudini, metafore, ecc.) che esprimono fatica, preoccupazione, dolore, ma indulgono troppo spesso su immagini poetiche e pensieri che mal si accordano con la drammaticità della situazione. Perché una narrazione cronachistica toglie molto al piacere della lettura. Un romanzo con tutti gli effetti immaginifici, retorici e stilistici utilizzati, non ricostruisce una vicenda, drammatica per quanto marginale, ma è perfetto per costruire un best-seller, secondo i dettami della più recente editoria di consumo.

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