Si possono abbinare esperienze di tipo diverso in una giornata?
È la richiesta arrivata al presidente del Consorzio per la tutela dello Zafferano dell’Aquila DOP, Massimiliano D’Innocenzo, da parte di Amoroso Viaggi (Lanciano). La scelta è presto fatta:
- Fare un viaggio nella storia.
- Vivere un’esperienza a base di zafferano.
- Osservare da vicino come ricavare colori dalla natura.

Ecco il programma messo a punto per una domenica di luglio.
Immergersi nella storia è facile: le mete, Bominaco e Navelli, sono ideali per lasciarsi alle spalle, per qualche ora, le strade, le macchine, la modernità: il medioevo è davanti ai nostri occhi e intorno a noi. La mattinata è dedicata a Bominaco (la visita all’Oratorio di San Pellegrino e alla Chiesa di Santa Maria Assunta è imperdibile per chiunque venga da queste parti!). Il pomeriggio sarà dedicato alla visita del borgo medievale di Navelli, uno scrigno di storia, ormai abbandonato ma perfettamente custodito e, per questo, inserito nei Borghi più belli d’Italia.

L’esperienza gastronomica è assicurata dalla Cooperativa Altopiano di Navelli: un pranzo nella magnifica cornice del Convento di Sant’Antonio, a Civitaretenga, la frazione di Navelli dove la cooperativa ha sede. Piatti a base di zafferano dal primo al dolce, sapori, profumo e colori indimenticabili. Già anche il colore, perché il crocus sativus, da cui si ricava la preziosa spezia, è prodigo di colore, nei campi e a tavola ma anche in pittura e nella tintura.
Per secoli, il colore proveniente dai tre ‘fili’ gialli (le antere del fiore) è stato utilizzato in pittura. Poi ha ceduto il passo ai colori di sintesi (dalla metà del XIX secolo). Se ne può vedere il risultato nella Chiesa di Santa Maria dell’Arco, ai piedi del colle su cui è arroccata Civitaretenga.
Dopo neppure due secoli di uso quasi esclusivo di colori provenienti dalla chimica di sintesi, si sta cominciando a riconsiderare la possibilità di usare i colori naturali, vegetali o minerali, ipotizzando un recupero della chimica naturale. Lo reclama l’ambiente. I più accorti – artisti e artigiani – stanno facendo tesoro delle problematiche connesse all’uso della chimica di sintesi, mettendo in pratica un’inversione di tendenza.
Sicuramente, gli scarti della ‘sfioratura’ (la separazione degli stimmi e, nei secoli passati, dalle antere) sono stati materiale per la tintura della lana e delle fibre vegetali (canapa, lino, cotone) al pari di altri materiali vegetali (foglie, fiori, bucce, cortecce), fino a quando filatura, tessitura e tintura sono state attività artigianali che si praticavano in casa. Lavori stagionali al pare di tutti gli altri lavori che riguardavano la gestione economica della famiglia.
Anche nel campo della tintura si sta risvegliando l’interesse di quanti pensano e operano in chiave di sostenibilità.
Così, per completare questa giornata di esperienze, interviene Racconti artigiani.
Massimiliano conosce la mia passione per gli esperimenti di colore che mi piace raccontare nel blog. Ed ha un asso nella manica: gli scarti essiccati della scorsa raccolta (ottobre / novembre 2019).
Come procedere? L’operazione della tintura, anche per piccoli quantitativi di lana, è un’operazione lunga che richiede più operazioni e un tempo di lavorazione su minimo due giorni. Come procedere per una esperienza di un’ora e poco più?
L’unica via è preparare tutto in anticipo in modo che l’incontro con i partecipanti al tour sia un contatto ravvicinato con la tintura naturale. È importante che tutti possano osservare da vicino almeno l’ultima fase della procedura, quella in cui il filato esce dalla pentola, viene strizzato e messo ad asciugare.
Per far capire la difficoltà, l’incertezza, la pazienza necessaria per l’intero procedimento, la distanza con i colori di sintesi ma anche la sorpresa e la magia dei risultati, decidiamo di preparare bagni di colore diversi. Ho a disposizione un certo quantitativo di mallo di noce e di bucce di melagrane essiccate al tempo della raccolta, una piccola quantità di bucce di cipolla rossa e dorata (le mescolo per sperare in un risultato soddisfacente), un bagno di elicriso preparato per uno dei miei esperimenti scriteriati e terminato in un fallimentare tentativo di stampa su tessuto e, naturalmente, gli scarti del crocus sativus, immagazzinati da Massimiliano. Ho anche alcune matasse di lana locale (lana AquiLana, proveniente dalle greggi che pascolano a Campo Imperatore) che suddivido in matassine più piccole, in modo che gli ospiti possano avere un segno tangibile dell’esperienza alla fine della giornata.
Preparo tutto con largo anticipo insieme ad Agnese, complice consueta dei miei esperimenti, soprattutto nella fase del cucito. Alla fin, lasciamo a mollo le matassine nei rispettivi bagni fino al giorno fissato per l’incontro.
Prima dell’incontro (i partecipanti sono nella sala dove è in corso l’esperienza gastronomica), sistemiamo l’esposizione: le matasse che ho tinto con materiali diversi in un anno di esperimenti, le pentole con i bagni di colore e le matassine ancora in immersione, una serie di pubblicazioni sui colori vegetali, alcuni manufatti realizzati con scarti di zafferano (una maglia realizzata da Rosso di Robbia, amica, consulente e professionista del colore e della stampa vegetale, un poncho campionario, frutto di un mio esperimento con campioncini di lana appenninica al tempo del raccolto, piccole altre realizzazioni ai ferri come assortimento di bagni con materiali diversi, ecc.).
L’incontro, vivacizzato da un improvviso acquazzone che ci ha costretto a modificare in tutta fretta l’esposizione, culmina nell’estrazione delle matassine dai rispettivi bagni. Le matassine vengono strizzate e messe a sgocciolare sulla griglia in metallo dell’antico pozzo al centro del chiostro. Si osservano le sfumature, si valutano i risultati, si confrontano.
Le tonalità ottenute spaziano dal nocciola al marrone, dal giallo al verde e costringono tutti i presenti a verificare in presa diretta il fascino delle diverse sfumature e la distanza dalla brillantezza e dalla fissità dei colori sintetici, lavorati industrialmente – chissà come, chissà dove, chissà da chi e in quali condizioni – per un mercato che ha perso la consapevolezza del lavoro manuale e delle sua molteplici implicazioni.
La cornice in cui l’esperienza si svolge è determinante per assicurarle il valore di esperienza da non dimenticare e, possibilmente, da ripetere per un vero e proprio corso, magari ai tempi del raccolto e della lavorazione dello zafferano.
TESTO E FOTO: Rosa Rossi
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