Passeggio lungo una strada tra i campi, dopo la pioggia. Finalmente si sente l’odore della terra appena arata, mentre nei solchi i bulbi di crocus sativus, messi a dimora ormai da un mese o poco più, si preparano per la breve stagione della fioritura.
Arbusti pieni di bacche ai lati. La bacche di rosa canina (propriamente, ‘cinorrodi’, ma sono numerosissime le varietà dialettali. Per me sono da sempre le ‘caccavelle’), alternate a quelle della berretta del prete (evonimo, Euonymus europaeus), che non hanno ancora raggiunto la caratteristica colorazione rossa /arancio, confondendosi tra le foglie, e a quelle del biancospino (Crataegus monogyna), rosse, tondeggianti, disposte a grappoli.
Su uno strano albero abbandonato a se stesso (l’albero originario è ormai secco, dalla base sta rispuntando in forma di cespuglio disordinato che, per ora, aspira a diventare albero, senza riuscirci), notiamo il giallo inconfondibile delle mele cotogne. Guardiamo meglio. La siccità è stata tale che i frutti di stagione sono veramente pochi. Al punto che sembra strano riconoscerne alcuni tra i rami disordinati. Guardando meglio, ci rendiamo conto che i frutti, piccoli e ‘stortignaccoli’, per la verità, potrebbero non essere propriamente mele cotogne (Cydonia oblonga) ma ‘pere cotogne’, stesso genere e stessa specie, ma con un frutto allungato (somigliante ad una pera).


Chissà come e chissà quando questo albero è arrivato qui, in un’area scoscesa, piena solo di tante piante di ginepro. E chissà come mai non lo avevo mai notato, nonostante sia piuttosto isolato. Probabilmente, proprio perché, isolato com’è, i suoi frutti sono, generalmente, scarsi.


Nella classificazione scientifica, il melo cotogno appartiene alla Famiglia delle Rosaceae e alla Sottofamiglia delle Maloideae, come tutte le varietà dell’albero di mele (Malus domestica). Entrambi sono originari del Medio Oriente, anche se è difficile oggi immaginare un paesaggio senza alberi di mele ormai perfettamente ambientati in Europa e in Nord America al punto da essere considerati nativi.


Storie di mele
Le mele da raccontare non sono, naturalmente, quelle che si trovano nelle cassette del supermercato, un qualsiasi supermercato, tutte uguali per forma, colore, misura, e provenienti da coltivazioni controllate, intensive e, inevitabilmente, irrorate di fertilizzanti e insetticidi.
Le vere storie sono quelle di alberi antichi, isolati, mescolati ad altri alberi, in frutteti di coltivatori diretti, di appassionati, di collezionisti di varietà messe a dimora per salvarle e riproporle al di fuori della grande distribuzione, direttamente o nei mercati locali e contadini. Come riconoscerle? Forma, dimensione, colore, sapore, consistenza … tutti questi elementi, forse anche altri, rigorosamente imprecisi, irregolari, disuguali. Diffidare della uniformità è la prima cosa da fare se si è in cerca di mele autentiche. Poi, una volta che abbiamo tra le mani una mela autentica, serve un vero appassionato per riconoscerla, magari facendo riferimento a un vivaio specializzato.
Io tengo d’occhio le ‘meluzze’ rosse di un albero che era in giardino da molto prima di me (ottime al forno con appena una spolverata di zucchero di canna), quelle, completamente diverse, di due meli donatoci da un amico in paese che, in momenti diversi, è arrivato con le giovani piante, armato di attrezzi per piantarle. Dopo alcuni anni, stanno cominciando a dare i loro frutti.

Tengo d’occhio, con una certa apprensione, anche il giovane melo cotogno che sta crescendo sulle rovine di quello trovato in giardino (che ci ha dato una produzione adeguata per la cotognata casalinga per dieci anni e più, per poi essere sradicato durante una bufera di vento arrivata direttamente dal Gran Sasso). Mi soffermo ad osservare con curiosità i meli isolati che scopro in giro, fotografando i frutti e cercando di indagare di quale varietà si tratti (al momento giusto, raccolgo un frutto e una foglia, sottoponendoli a un amico di vecchia data con la passione per gli alberi da frutta antichi), leggo libri che parlano di alberi in generale e di alberi da frutto in particolare.

Una bella scheda dedicata al melo cotogno – origine e rischi dovuti alla riduzione della diversità genetica causata dalla coltivazione controllata e concentrata al fine della produzione – si trova in Il giro del mondo in 80 alberi di Jonathan Drori (L’Ippocampo, 2018).
Giuseppe Barbera, in Tutti frutti, Aboca 2018, dedica un intero capitolo al melo, ricostruendo la storia di come le varietà selvatiche si sono mescolate tra loro, mentre avanzavano dall’originaria area, il Medio Oriente, verso ovest in forma di semi. Le mele erano il cibo di uomini e animali che si spostavano a piedi, a cavallo, sui carri per mille motivi diversi. I resti delle mele (i semi), attecchivano, qua e là, sempre più lontano dalla regione originaria. Finché, in nave, non arrivarono nei territori del Nord America dove si diffusero così rapidamente da essere considerati alberi nativi. La mela è così diventata la base indispensabile per la torta tipica degli Stati Uniti, l’apple pie! Michael Pollan ricostruisce questa storia in uno dei capitolo di La botanica del desiderio. Il mondo visto dalle piante (Il Saggiatore 2014).

Ci sono poi libri ai quali non riesco a resistere, a dispetto di essere in lingua originale e di richiedere un grande sforzo di lettura da parte mia. Uno di questi libri è Orchard. Growing and cooking fruit from your garden di Jane McMorland Hunter e Chris Kelly (Pavilion 2019). L’ho adocchiato tra tanti altri, durante una visita al The Garden Museum (Lambeth, Londra). Il Museo è allestito, dal 1977, in una chiesa che doveva essere distrutta e che, invece, è stata restaurata per avere una nuova vita, St Mary’s at Lambeth, ed è dedicato al giardino e al giardinaggio, ossia alle vere e proprie manie dei cittadini d’oltremanica (le stesse che hanno modificato il paesaggio in giro per i continenti, contribuendo a mescolare le piante in modo spesso anche sconsiderato, ossia senza prevederne le conseguenze, per tutta l’epoca coloniale, con risultati evidenti ancora oggi!). Il museo è un vero scrigno di attrezzi, libri, stampe, disegni con intere aree in cui si può toccare liberamente gli oggetti esposti. E dove i bambini sono invitati a toccare, a manipolare, a giocare, partecipando ad attività interattive appositamente pensate per loro: meta perfetta per i nipotini. Naturalmente, c’è una libreria, nei pressi dell’entrata. Un libro intitolato, semplicemente Frutteto (Orchard) non poteva sfuggirmi. All’interno sette capitoli per altrettanti frutti. Uno è dedicato al melo. Un altro al melo cotogno. Completano il testo risorse aggiuntive di ogni tipo, compreso un elenco di tutti i luoghi dedicati ai frutti in giro per l’Europa, tre dei quali in Italia, Parco Burcina in Piemonte, L’Orto dei Frutti dimenticati in Romagna e Archeologia Arborea in Umbria.
TESTO E FOTO: Rosa Rossi
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