In questi giorni, quando si attraversa Civitaretenga, si vive l’impressione di un’animazione anomala. Al crocevia tra Via Cavour e via Umberto I, ci sono sempre macchine ferme, un via vai di persone, porte che si aprono per accogliere i visitatori, capannelli di persone che ascoltano. Tutti, rigorosamente con mascherina e a distanza. Al centro del capannello c’è, di solito, Massimiliano, il Presidente del Consorzio per la Tutela dello Zafferano dell’Aquila DOP, che dà spiegazioni, accompagna i visitati sui campi più vicini, nella sede della Cooperativa, risponde ad altre richieste in arrivo.
Solitamente, Civitaretenga, la frazione di Navelli, è un paese tranquillo, anzi, tranquillissimo. Ma tra seconda metà di ottobre e prima di novembre, l’animazione diventa evidente. E, naturalmente, si vede solo quella esterna. In realtà l’animazione continua all’interno.

I cestini ricolmi di fiori – centinaia di crochi (crocus sativus) appena raccolti nei campi, all’alba perché non si rovinino alla luce del sole, – entrano pieni e vengono deposti delicatamente al centro del tavolo, in attesa che una, due, tre persone, ma anche più, si siedano e comincino il lavoro del momento: la sfioratura. Tutte le mani sono bene accolte, anche quelle di chi è meno esperto e procede lentamente.
Mani anziane, mani adulte, mani giovani, mani femminili e mani maschili, si muovono per separare i fili rossi della preziosa spezia dal resto del fiore. A fine giornata i fili rossi dello zafferano, posti su un setaccio, si faranno seccare delicatamente per poter essere confezionati.
Mentre si procede nel lavoro, si intrecciano le chiacchiere, le novità, i pareri su quest’anno molto particolare. Le mani intorno al tavolo sono di meno rispetto agli altri anni: soprattutto quelle degli anziani che preferiscono sfiorare tranquillamente a casa propria. È una comunità piccola, tutti si fa molta attenzione, ma la possibilità di un contagio è sempre in agguato e l’attenzione non mai troppa. Nessuno vuole mettere a rischio gli altri, in particolare gli anziani in una comunità già provata, anno dopo anno, dalle inevitabili assenze. Così ci sono cestini che prendono la via di altre porte, poco più lontane lungo la strada: è il lavoro di sfioratura portato a domicilio. Perché la verità è che, soprattutto per un anziano, non potere fare il lavoro consueto che ha sempre fatto, è doloroso. Meglio farlo comunque, anche in solitudine, piuttosto che sentirsi inutile (o, come qualcuno pensa e, quel che è peggio, dice, improduttivo!). Mancano le chiacchiere consuete. Ma, con il cestino, arrivano immancabili anche le ultime notizie dalla comunità.
Alla fine del lavoro di sfioratura, solitamente, sul terreno all’angolo del crocevia, appaiono i mucchi degli scarti (il fiore viola, le antere gialle – un tempo utilizzate per ricavare il colore per la pittura -, qualche fogliolina verde). Il crocus sativus presenta un abbinamento di colori – rosso, viola, giallo, verde – di cui solo la natura è capace! Gli scarti sono molto delicati, si rovinano in tempo brevissimo: i mucchi appassiscono tristemente in un angolo, ridotti a un mucchietto dal colore indefinito, che in poche ore si annerisce diventando irriconoscibile. A meno che non si decida di utilizzare anche quegli scarti. Come? Presto detto! Per tingere!
Così quest’anno, all’attività consueta, si è aggiunta la tintura di un primo quantitativo di lana locale, proveniente dalle greggi che pascolano a Campo Imperatore. Nel cortile di Agnese e Gianfranco sono apparse grandi pentole per mordenzare la lana (ossia il trattamento in un bagno di allume di rocca che facilita il fissaggio del colore), matasse di lana appena mordenzate che sgocciolano all’ombra in attesa di finire nel bagno di colore preparato mettendo a mollo in una pentola piena di acqua gli scarti, disponendola sul fuoco e, una volta fredda, filtrando il liquido colorato ottenuto. I fiori ben strizzati, sono lo scarto finale.
Le pentole assomigliano a crogiuoli per qualche incantesimo d’altri tempi. A questo punto il bagno colore è pronto per accogliere le matasse. Ammollo, cottura, raffreddamento.
Alla fine le matasse si tirano fuori dal bagno, si sciacquano, si strizzano. IL colore? Verde! Un bellissimo verde che dà voglia di proseguire l’esperimento per avere una piccola produzione di lana locale, tinta con scarti altrimenti inutilizzabili, 100% naturale.
Un invito a riprendere i ferri e lavorare a maglia qualcosa di veramente speciale, unico, in perfetta sintonia con l’ambiente. Un piccolo passo nella direzione del rispetto per la natura e le sue incredibili risorse.

TESTO E FOTO: Rosa Rossi
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