‘Indossare’ foglie di noce

Ossia la ‘nascita’ di un capo speciale, tra inizio ottobre e fine dicembre

Ingredienti: 

  • un albero di noce (juglans regia, originario dell’Asia e della penisola balcanica ma diffuso nei paesi europei dal VII sec. a.c.) per raccogliere alcune foglie da stampare. Le foglie del castagno sono ‘composte imparipennate’, ossia sono disposte sui due lati di un asse con un foglia terminale sulla cima dell’asse. L’effetto migliore si ottiene raccogliendo l’intero asse;
  • uno scampolo di tessuto di lana grezzo (vanno bene panno, lana cotta, loden, feltro). Quello che ho usato è il residuo di un’altra lavorazione, non so più dove l’ho acquistato, probabilmente in uno di quei negozi che vendono scampoli, molti anni fa;
  • una pentola, preferibilmente di acciaio per preparare il bagno ferroso (si ottiene mettendo nell’acqua oggetti di ferro arrugginito, ‘dimenticandoli’ a bagno, oppure, per accelerare il processo, portandoli ad alta temperatura e lasciando poi raffreddare il tutto). Il bagno così ottenuto si può conservare e riutilizzare; 
  • una macchina da cucire e l’abilità di tagliare lo scampolo per un modello semplice. In mancanza dell’una e/o dell’altra, un’amica capace di intervenire nella fase di taglio e cucitura (la mia si chiama Agnese e non si tira indietro di fronte a sfide ben più complicate che ricavare qualcosa da due rettangoli di tessuto di lana). L’idea di base è usare il tessuto al massimo, senza dover buttare nulla o quasi. Quindi il modello dipende dalle dimensioni e dalla forma del tessuto. I due rettangoli a disposizione, uno più grande e uno più piccolo, possono diventare un capo da indossare ma anche, semplicemente, un plaid!

Ho iniziato il procedimento a inizio ottobre, mettendo a bagno il tessuto (l’ho semplicemente lasciato a mollo per qualche giorno).

Una volta pronto il tessuto, ho raccolto le foglie (il tessuto, inumidito, era già disteso sul tavolo, pronto per accogliere le foglie e per essere arrotolato e legato saldamente) dall’albero di noce in giardino. Solo quelle indispensabili (nella stessa occasione ho approfittato per preparare altri rotoli con tessuti già precedentemente mordenzati, giusto per sfruttare la stessa pentola e per non sprecare il calore occorrente per ‘cuocere’ il tutto).

A fine ‘cottura’, ho lasciato i fagotti a mollo per lasciarli freddare completamente e anche di più (in questa fase, ricordo sempre le raccomandazioni di Michela che ha fatto della stampa su tessuto il suo lavoro, nell’ottica del consumo minimo di tutto, acqua, energia, bagni di colore, bagni di mordenzatura, recupero di tutti i più piccoli scampoli).

Quando la curiosità di vedere il risultato ha prevalso (non prima di tre/quattro giorni, non ricordo con esattezza), ho finalmente aperto i fagotti, li ho fatti asciugare all’esterno, all’ombra, e, una volta asciutti, li ho esposti sulla ringhiera in ferro battuto che corre lungo il vano delle scale che uniscono la sala alla cucina. Ogni volta che scendevo, li rimiravo e li lisciavo, pensando a cosa ricavarne. 

Per parecchi giorni sono rimasti lì, appesi. Quasi un quadro o un pannello. Per la verità, per un po’, ho anche pensato di non farne nulla, lasciandoli appesi a completamento dell’ambiente, per il resto completamente tappezzato di librerie e libri. 

Poi ho considerato i due rettangoli, le foglie perfettamente stampate (che ero riuscita a disporre in perfetta simmetria, cosa non sempre facile!) e mi sono decisa a chiamare Agnese, consegnandole il tutto e raccomandandole di fare la cosa più semplice possibile (pochi, tagli, poche cuciture, niente fodera).

A lavoro avviato, abbiamo considerato insieme se prevedere l’abbottonatura (con bottoni artigianali in legno, naturalmente). Ma abbiamo rinunciato. L’unica ‘aggiunta’ indispensabile è rappresentata dalla necessità di completare le maniche (dal rettangolo più piccolo si può ricavare solo le due parti superiori delle maniche. Il resto va lavorato a maglia. L’abbinamento tra lana marrone naturale (acquistata a Castel Del Monte) e il tessuto stampato a foglie di noce è perfetto.

Proprio mentre lavoravo a maglia le due mezze maniche (a punto riso, per ottenere due parti naturalmente piane, quasi un tessuto), è iniziata la raccolta dello zafferano che quest’anno, grazie alla collaborazione tra Cooperativa Altopiano di Navelli, Consorzio per la tutela dello Zafferano dell’Aquila DOP, Cooperativa di comunità Oro Rosso e il supporto fondamentale di Valeria Gallese e della sua AquiLANA, è stata abbinata alle prove di tintura con gli scarti della ‘sfioratura’ (perché buttare un materiale prezioso dal quale si possono ricavare bellissime sfumature di verde?).

Solo alla fine di questo periodo decisamente indaffarato (oltre un mese di raccolti nei campi, all’alba, e di sfiorature nelle case, durante il giorno), in cui Agnese si è trasformata anche in artefice e custode delle matasse tinte nei vari bagni e nelle varie sfumature, abbiamo ripreso in mano i lavori di cucito.

E così, infine, la casacca è pronta. Agnese me l’ha consegnata alcuni giorni fa. E in questo inverno appena accennato – il freddo, la pioggia si sono dimenticati di noi – va bene anche per uscire a passeggiare nel borgo, nel silenzio e in solitudine.

E sarà perfetta per inaugurare l’anno nuovo.

Cosa augurarsi per l’anno nuovo? Diffusa consapevolezza per la salvaguardia dell’ambiente, al primo posto. Per quanto possa sembrare strano, tutto il resto viene da sé! 

TESTO E FOTO: Rosa Rossi

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