Ci sono piante che in inverno non si vedono: bisogna aspettare la primavera per poterle osservare.
Ci sono piante che si seccano e rimangono perfettamente visibili e riconoscibili. È il caso del cardo dei lanaioli (Dipsacus sativus).
Ci sono piante che cambiano aspetto. È il caso della typha (typha latifolia).
Nella piana di Navelli ci sono alcuni punti dove scorrono modesti corsi d’acqua. A volte è perfino difficile individuarli se non fosse per la presenza di piante acquatiche che, in molti casi, riescono ad accontentarsi anche di poca umidità (come in questo gennaio senza pioggia e senza neve). In questo modo, nelle nostre passeggiate lungo la piana, abbiamo individuato queste zone proprio grazie alla presenza della typha, riconoscibile dall’infiorescenza (un po’ meno quando si vedono solo le foglie).
Qualche giorno fa, mentre eravamo ‘in visita’ a un grande nocciolo nei dintorni di San Pio, abbiamo fatto visita anche alle typhe. Anzi pensavamo di raccogliere qualche infiorescenza per una composizione di fiori secchi.
Già da lontano, il loro caratteristico aspetto – tubolari, di colore marrone – sembra un insieme di tante nuvolette di bambagia. Alcune, ancora intatte, sono comunque sul punto di sfrangiarsi. È iniziata da tempo la fase della disseminazione: i semi forniti di pappi (la peluria morbida e biancastra che li riveste) sono in parte ancora attaccati alla piante, pronti a svolazzare al minimo soffio di vento, in parte sono già a terra nei pressi delle piante e nei dintorni.
Abbandoniamo l’idea di raccoglierle per una composizione floreale. Se raccolti al momento giusto, durano anni e anni. Ma, raccolti a questo stadio, durerebbero pochissimo. Ci limitiamo a raccogliere qualche batuffolo di pappi da terra e un paio di infiorescenze già piene di morbidi batuffoli biancastri sul punto di svolazzare.
Sono morbidissimi, quasi impalpabili. Perfetti come imbottitura.
Una volta a casa, li metto all’aria su un vecchio sacco di canapa. Poi separo delicatamente i pappi dal fusto e li ripongo in un barattolo di vetro, in attesa di un’idea per un piccolo progetto che preveda l’imbottitura.
Un tempo la typha era considerata una pianta preziosa: il rizoma e i germogli sono commestibili, le foglie sono perfette per impagliare e intrecciare, i pappi erano effettivamente usati come imbottitura.
Una vera risorsa, dimenticata come alimento e, per gli altri usi, sostituita da prodotti derivati dalla plastica (anche i fiaschi, oggi, sono impagliati con la plastica!).
Si tratta peraltro di una pianta fondamentale per la sua azione di resistenza agli agenti inquinanti delle acque e, dunque, fondamentale nella realizzazione di impianti di fitodepurazione.
La necessità di rallentare, di ripensare lo sviluppo indiscriminato e l’uso generalizzato della plastica, potrebbe portare a una rivalutazione della typha.
POST SCRIPTUM: Ho recuperato questo articolo dall’archivio. La scoperta delle typhe risale al gennaio dell’anno scorso. Quest’anno ce ne siamo ricordati in tempo, così ieri abbiamo ripercorso la stessa strada. Le typhe sono sempre lì, con le loro infiorescenze ancora intatte. Ne abbiamo raccolte alcune e messe in vaso (senza acqua, sono praticamente già secche!). Giusto per avere un addobbo sostenibile durante questo fine anno molto anomalo!

Poco lontano, abbiamo scoperto un albero pieno di vischio. Ci siamo limitati a fotografarlo.

E ne abbiamo approfittato per uno scatto al Gran Sasso innevato.

TESTO E FOTO: Rosa Rossi
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