Questione di fiumi (in margine alla lettura di Ngugi Wa Thiong’o, Nella casa dell’interprete, Jaka Book 2019)

(a mo’ di giustificazione: quella che segue non è una recensione né potrebbe esserlo. È, piuttosto, un promemoria).

La sua genesi affonda in questioni ‘ataviche’: l’abitudine acquisita nel corso di decenni a preparare i materiali per le lezioni su testi di autori antichi, In lingua o in traduzione; la ricerca di materiali di lettura tratti da saggi di argomenti diversi, a supporto della lettura di passi di autori ‘classici’, con l’aspirazione a inserire tra questi ultimi anche autori meno ‘classici’; l’abitudine a travalicare/trascurare/rinnovare la selezione scolastica consueta per dare vita ad antologie tematiche e trasversali.

Di questo lavoro rimane una testimonianza preziosa:

Lina Grossi – Rosa Rossi, Lo straniero. Letteratura e intercultura, Edizioni Lavoro 1997

Alla sperimentazione di questa modalità di lavoro – resa indispensabile dalla necessità di una attività proficua in classe, giorno dopo giorno, anno dopo anno – si è aggiunto il desiderio di guardare al mondo nella sua varietà e complessità, ben oltre le letture ‘classiche’ (o ritenute tali), ampliando la selezione nello spazio e nel tempo e rifuggendo sia da quelle circoscritte e standardizzate (Cesare, Cicerone, Virgilio …) sia da immagini e letture ‘turistiche’ del mondo e dei suoi abitanti, per superare gli stereotipi.

Un fatto inaspettato ha modificato la selezione – già ampiamente rappresentata nella biblioteca di casa – in direzione dell’Emisfero Sud del mondo: si tratta di un libro ricevuto in regalo da un’amica dai tempi del periodo lavorativo in Brasile (tra Campinas e Assis, SP) durante il quale ho maturato la possibilità di parlare, leggere e scrivere in portoghese, nella variante brasiliana: 

Eliane Brum, Banzeiro òkotò. Uma viagem à Amazonia Centro do mundo, Companhia das Letras

al quale si è aggiunto:

Eliane Brum, Le vite che nessuno vede, 2019, Sellerio 2020 (ad oggi l’unico della scrittrice tradotto in italiano)

Mentre sono intenta a queste letture, trovo, in uno dei numerosi spazi dedicati al mercato dell’usato – particolarmente frequenti in terra romagnola – tra tanti altri titoli ormai fuori commercio, Korogocho. Alla scuola dei poveri, (Feltrinelli 2005) di Alex Zanotelli, missionario comboniano che concentra l’attenzione sui luoghi dove ha esercitato la sua attività pastorale (Sudan e Kenia, principalmente). 

La messe di informazioni che si trovano in questo libro sono tutte preziose per acquisire e rafforzare la capacità di assumere punti di vista diversi da quelli, rassicuranti, da cui siamo soliti guardare vicino a noi, senza mettere in discussione l’unicità del nostro punto di vista, e, anzi, mantenendolo saldo e indiscusso anche nel momento di decidere la meta ‘esotica’ di un prossimo viaggio. Tra l’altro trovo le indicazioni per risalire al titolo di un saggio di Ngugi Wa Thiong’o (Decolonizzare la mente: la politica della lingua nella letteratura africana Jaca Book 2015), fondamentale per comprendere la colonizzazione a livello linguistico, in tutti gli ambiti, nella vita quotidiana, nella vita scolastica, nella vita di tutti i giorni, nella vita comunitaria, politica, ecc.. 

Quest’ultima lettura mi porta a proseguire e approfondire la conoscenza dell’autore leggendo il suo Nella casa dell’interprete (Jaka Book 2019) che è una cronaca della sua formazione scolastica una volta ammesso per le sue capacità a frequentare la prima scuola missionaria per africani: Alliance High School. Vive sulla propria pelle la contraddizione insanabile tra essere nativo africano ed essere educato dal colonizzatore che apre – magnanimamente – le scuole ai nativi senza minimamente preoccuparsi di adattare contenuti e punto di vista creando così contraddizioni insanabili.

Un passo rende questa questione lampante:

… Questa tendenza a fare dell’Europa il punto di riferimento per l’esperienza umana era acuita dal contenuto e dall’approccio anche di altre materie. In geografia il paesaggio europeo, le montagne, i fiumi e i siti industriali erano le forme primarie a cui le versioni africane, naturalmente secondarie, si potevano solo porre in contrasto. Al fiume Tamigi, della cui esistenza avevo imparato già alle elementari, aggiungevo nozioni sugli altri corsi d’acqua civilizzati d’Europa – la Senna, il Danubio, il Reno e il Rubicone – come primi luoghi di commercio e di scambio. I fiumi africani – in Niger, il Nilo, il Congo e lo Zambesi -, tutti scoperti da europei, avevano infinite ragioni per non essere considerati siti di civiltà, tranne naturalmente il delta del Nilo, anche questo in realtà parte del Mediterraneo e dell’Asia Minore, come allora il Medio Oriente veniva definito (da Ngugi Wa Thiong’o, Nella casa dell’interprete p. 72).

L’uso delle informazioni geografiche – trasferite di peso da un contesto ad un altro – non è e non può essere parziale, come ben rileva l’autore descrivendo la visita – organizzata dalla scuola – alla tomba di lord Baden Powell nel centenario della nascita (1957):

“Al Blue Post Hotel attraversammo il ponte sul Chania. Era il fiume più grande che avessi mai visto. Ancora più impressionante fu la cascata rombante alla nostra destra, ma quello fu solo l’inizio delle meraviglie. A mano a mano che procedevamo attraverso Murang’a e poi Fort Hall, fui affascinato dal panorama di costoni e valli profonde che si susseguivano in parallelo. Sui pendii si potevano vedere persone che lungo sentieri polverosi portavano al pascolo due o tre mucche in cerca di erba, mentre altri lavoravano nei campi di granturco. Zigzagammo su e giù per le salite scoscese, di costone in costone, finché raggiungemmo una piccola pianura lungo la quale serpeggiava il fiume Thagana, che si dice abbia origine dal Monte Kenya per confluire in altri corsi d’acqua fino a diventare il fiume Tana che corre giù fino alla costa e all’oceano indiano”. (da Ngugi Wa Thiong’o, Nella casa dell’interprete p. 113). Da questa esperienza è nato il romanzo The river between (ad oggi non tradotto in italiano), citato dall’autore nello stesso contesto.

Per comprendere l’insensatezza dei contenuti proposti agli studenti della scuola missionaria, provo a collocare i fiumi secondo la lunghezza del loro percorso, dal più lungo al più corto, indipendentemente dalla collocazione geografica:

  1. Nilo          6852 km
  2. Niger       4600 km
  3. Congo      4374 km
  4. Danubio  3860 km
  5. Zambesi 2574 km
  6. Reno        1326 km
  7. Tana          780   km (il Thacana è un suo affluente)
  8. Senna        776 km
  9. Tamigi       346 km
  10.  Rubicone   35 km

Dall’elenco si evince chiaramente come, anche tenendo conto solo dell’estensione in lunghezza (e non, come sarebbe corretto, anche del bacino idrografico), l’elenco è ben diverso da quello proposto a scuola, limitato a fiumi europei, senza alcun riferimento né ai fiumi locali (Thacana, Tana e Chania, sul quale non ho trovato informazioni) né ai più importanti fiumi africani (Nilo, Niger, Congo, Zambesi). 

Inoltre, la selezione di fiumi europei (Danubio, Reno, Senna, Tamigi, Rubicone) presenta una vera e propria anomalia. Il Rubicone non può essere considerato, dal punto di vista geofisico, al pari degli altri.

Per quanto importante a livello locale, il Rubicone è un fiume a carattere torrentizio lungo appena 35 km, come numerosi altri che scorrono nelle campagne romagnole scendendo dalle prime propaggini dell’Appennino. L’unico motivo per cui è confluito nell’elenco non può che affondare nel significato politico che riveste. Il ponte sul Rubicone a Savignano segnava, infatti, il confine tra Gallia e territorio della res publica romana. Con la decisione di attraversarlo in armi nel 49 a.C., Cesare porta la guerra in “casa propria”, dopo le campagne di conquista in Britannia e in Gallia tra il 58 e il 51 a.C. che portarono all’istituzione delle prime province: Britannia e Gallia. Questa fu la formula attuata da Roma per controllare i territori conquistati. E’ ben evidente che è questo l’unico motivo per citare il Rubicone accanto agli altri fiumi – ben più importanti dal punto di vista geografico, storico e di vie di comunicazione (Tamigi, Senna, Danubio, Reno).

Proseguendo nella lettura, Ngugi Wa Thiong’o cita un altro testo fondamentale: Peter Abrahmans, Dire libertà. Memorie del Sudafrica, 1954 Edizioni lavoro 1987, 1994. Non essendo disponibile in commercio, cerco il titolo nel Catalogo collettivo delle biblioteche del Servizio Bibliotecario Nazionale (OPAC SBN) e scopro che si trova nella mia biblioteca di riferimento, la Biblioteca Palazzo Vendemini, a Savignano sul Rubicone. Lo devo riconsegnare tra poco meno di un mese. Sono già a buon punto.

POST-SCRIPTUM

L’ingresso della Biblioteca Vendemini si trova a pochi metri dal ponte sul Rubicone. Ogni volta che passo da lì ne approfitto per rivolgere qualche pensiero non proprio benevolo a Cesare e al suo operato. Ho il sospetto che, senza il suo alea iacta est pronunciato nel momento di entrare in armi nel territorio di Roma, dando così inizio alla guerra civile, la res publica si sarebbe evoluta il modo diverso e il mondo oggi sarebbe, forse, un pochino migliore.

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