In ogni stanza esiste almeno un angolo ‘morto’. Di solito è il retro della porta. Se il retro della porta è ‘corredato’ anche dal termosifone, la situazione si complica. Se poi, ogni mattina al risveglio, l’occhio cade proprio su quest’angolo, la situazione diventa insostenibile. Per la verità, se la porta è aperta, vedo anche il giardino, oltre la finestra del pianerottolo: posso controllare il tempo, la stagione, le presenze (cornacchie, gatti …) e questo rende la situazione incomparabilmente migliore di quella lasciata in città! È uno dei vantaggi derivati dalla scelta di vivere in un piccolo paese. Da quando sono entrata in questa casa arroccata su un colle, ai margini di un borgo medievale – un vero museo a cielo aperto –, ho deciso che avrei ravvivato questo ‘angolo morto’. È diventato un piccolo progetto di arredamento, cresciuto con il tempo, poco alla volta. Il primo intervento è stato quello di ‘vestire’ la parete nuda sopra il termosifone.
Nella ridistribuzione di tutto ciò che di incorniciato si trovava nella casa di città (manifesti, cartoline, riproduzioni, litografie, disegni, ecc.), ho verificato come arredare un appartamento e arredare una casa in un paese arroccato su un colle, inevitabilmente fatta a scale, sono due cose completamente diverse. Lo spazio va ripensato, in maniera completamente diversa. Così, i manifesti sono finiti in un negozio dell’usato e una serie di litografie è rimasta confinata in un angolo in attesa di sistemazione.

Guardando e riguardando l’’angolo morto’, ho cominciato a intravedere la loro possibile sistemazione: sarebbero state perfette nella parete vuota sopra al termosifone! Non si tratta di ‘oggetti’ qualsiasi: sono litografie di alcuni disegni di Raffaello Sanzio (Urbino,1483 – Roma, 1520) ossia degli schizzi che eseguiva come studi in vista della realizzazione delle opere maggiori.
Le litografie sono opera dello Stabilimento Fotolitografico Paolo Smorti & C. di Firenze, attivo nella seconda metà del XIX sec. (meriterebbe una ricerca approfondita!). Non ricordo più come sono arrivate in mio possesso ma sicuramente si trovavano nella casa ‘cittadina’ dei nonni materni: una di quelle case antiche (sicuramente ottocentesca ma, almeno nelle fondamenta, molto precedente) che si sviluppava attorno a un grande androne: cantine al piano terra e tre piani abitativi destinati alla famiglia (ossia i quattro figli del bisnonno con le rispettive famiglie). Il secondo piano era quello dei miei nonni: ho ricordi d’infanzia di ogni tipo attorno a questa casa. Le litografie fanno parte di questi ricordi. Sono i ricordi di me bambina in un’altra città, con un’altra storia alle spalle, anche questa medievale, nell’Alto Lazio.

Appendere le tre litografie è diventato il filo conduttore di questo piccolo progetto di arredamento. Seguendo il filo dei ricordi, infatti, decido di incorniciare altri disegni, questi sicuramente originali: sono gli esercizi della mamma al tempo in cui frequentava il liceo artistico.
Li ho sempre ammirati e conservati gelosamente: tutti dicono da sempre che le somiglio. Sicuramente è vero. Con altrettanta sicurezza, non ho ereditato da lei la capacità di disegnare! Sono schizzi di edifici e di particolari architettonici, alcuni riconoscibili, altri probabilmente frutto della sua fantasia, altri ancora un misto di realtà e fantasia, come quello in cui si riconosce la base della Fontana del Tritone (Roma, Piazza Barberini), realizzata nel 1642 da Gian Lorenzo Bernini, ma non la parte superiore.


Dai disegni ai tessuti: quelli incorniciati fanno parte della serie ‘non si butta mai niente, tutto può essere riutilizzato’! Come si fa a buttare un antico tessuto che emerge da una già vecchia fodera di un antico divano? Si conserva, ovviamente. E un riquadro dell’antico tessuto finisce in una cornice, anche lei di recupero!
La storia dei tessuti continua, se non altro per ‘vestire’ il manichino da sarta della mia seconda mamma. Compagno di una vita da sarta, il manichino ha trovato la sua sistemazione ideale in quest’angolo e diviene il supporto ideale per alcune sciarpe realizzate con la tecnica dell’eco print (ma anche per un abito o un cardigan, secondo le stagioni). Così l’angolo è sempre diverso e ogni mattina racconta una storia simile ma un po’ differente, condita di ricordi.
Un giorno, mi rendo conto che manca ancora qualcosa. Il termosifone ha un’aria spoglia (e rimane troppo in vista). Serve una mensola, magari un po’ speciale. E perché sia un po’ speciale deve nascere su misura, nella bottega del falegname. Il progetto della mensola prende corpo insieme a Paolo: nel retrobottega scoviamo una magnifica tavola di noce nazionale, spessa, un poco irregolare, ancora con la sua corteccia ai lati. Il risultato è esattamente quello che avevo in mente: una mensola unica, fatta a mano seguendo le misure dell’angolo da arredare ma anche le forme della tavola originaria, con un certo che di antico, perfetta per accogliere altri piccoli ricordi di una vita.



POST SCRIPTUM: nelle foto si vedono momenti diversi dello stesso angolo. Nel tempo ho modificato e aggiunto. In una cornice c’è un ritratto della nonna – molto poco somigliante, per la verità (a parte la ‘crocchia’ di capelli!) – che le ha fatto qualcuno che non ricordo più. Era appeso nella casa dei nonni. E’ stato appeso nella casa dei miei genitori. Quando anche quest’ultima è stata chiusa, non ho avuto il coraggio di buttarlo. Ed è andato a completare il mio angolo dei ricordi. Come tante altre cose fa parte di quelle eredità un po’ scomode, senza nessun altro valore se non quello di ricordarci le persone care che non ci sono più. Nessun altro in famiglia le ha rivendicate. A me, fanno una compagnia discreta e silenziosa.

TESTO E FOTO: Rosa Rossi
- Sul filo dei ricordi
- Questione di fiumi (in margine alla lettura di Ngugi Wa Thiong’o, Nella casa dell’interprete, Jaka Book 2019)
- Leggendo Eliane Brum, Banzeiro òkòtó. Uma viagem à Amazônia Centro do Mundo, 2021
- CALENDARIO CIVILE. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, a c. di Alessandro Portelli, Donzelli 2017
- Leggendo Paul Ginsborg, La democrazia che non c’è, Einaudi 2006