Una bambina racconta: 1960, dall’Abruzzo in Australia. E ritorno

Vasto (CH), inizio di ottobre, anno 1960

Una mamma con le sue due figlie prende la corriera diretta a Brindisi. A Brindisi si imbarcano sulla nave che le porta in Australia. Il marito è partito a febbraio. Le aspetta a Sydney.

Nell’ultima lettera che ha scritto alla moglie si è raccomandato di acquistare i cappelli per le bambine perché “in Australia bambine e ragazze indossano i cappelli. Questa è la moda!”.

Stanno lasciando, definitivamente, un mondo difficile. Il lavoro del padre – un agricoltore che lavora a mezzadria nei dintorni di Vasto – dà troppo poco per sostenere la famiglia. 

Le persone che decidono di emigrare sono tante, dal dopoguerra, e nel 1951 si è costituita l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. L’Italia fa parte dei paesi fondatori. I compiti dell’organizzazione sono, oggi come allora (cfr. https://italy.iom.int/it/chi-siamo/missione), gli stessi: 

  • Favorire lo sviluppo economico e sociale attraverso la migrazione;
  • Difendere la dignità e il benessere dei migranti;
  • Sostenere la solidarietà internazionale attraverso l’assistenza umanitaria agli individui in condizioni di bisogno;
  • Migliorare la comprensione delle questioni legate all’immigrazione;
  • Facilitare il dialogo internazionale sulle tematiche migratorie;
  • Offrire consulenze operazionali nel campo della gestione delle migrazioni.

Sono seduta accanto alla più grande delle bambine di allora, Anna, al tavolo del suo soggiorno in paese. Ci incontriamo regolarmente. Ad Anna fa piacere parlare nella sua seconda lingua, l’inglese. A me serve per capire i miei nipoti (ai quali, peraltro, sono tenuta a parlare solo in perfetto italiano per far sì che mantengano la lingua della mamma). 

Ogni settimana troviamo argomenti sui quali imbastire le nostre conversazioni. Il racconto del viaggio transoceanico è troppo importante per continuare nel mio inglese incerto. Ben presto,  ci ritroviamo immerse nel viaggio parlando in italiano.

I ricordi si affollano nella mente di Anna. Sul suo volto vedo la felicità di quei giorni. La nave è enorme. A bordo ci sono tanti bambini. Il personale mette a disposizione veri giocattoli. La maggior parte di loro non ha mai visto veri giocattoli. C’è la piscina sulla nave. E i bambini si divertono un mondo. Fanno presto a fare amicizia i bambini1.

Si fa colazione, si pranza e si cena, a bordo. Si fanno tappe intermedie. La prima dopo aver superato il Canale di Suez, in territorio africano, dove si avvicinano alla nave piccole barche guidate da uomini scuri – non hanno mai visto uomini così scuri nel loro paese le bambine – per vendere i loro prodotti, banane e tessuti colorati. La mamma acquista due tessuti a fiori, uno giallo e uno verde. Una volta giunti in Australia diventeranno due bellissime gonnelline per le sue bambine. Da indossare rigorosamente con i cappellini nuovi2

Si fa festa sulla nave. La più importante viene organizzata in corrispondenza dell’Equatore. Una bellissima festa, con musica e tante cose da mangiare.

Si festeggiano anche i compleanni dei bambini sulla nave. E Anna compie dieci anni proprio durante il viaggio che, in tutto, dura quaranta giorni.

Mentre Anna racconta, mi sforzo di ricordare dove ero in quell’ottobre 1960. Cerco di ricostruire: non è facile. La mia è stata un’infanzia segnata da continui trasferimenti per motivi di lavoro di mio padre. Più fortunata, sicuramente, ma i ricordi delle scuole, dei compagni, degli insegnanti si sono confusi in un magma indistinto. Quando ci penso, ancora mi domando come sia riuscita a imparare qualcosa. Evidentemente avevo abbastanza anticorpi per sostenere quel continuo andirivieni per luoghi diversi e distanti della penisola. Dunque, nell’ottobre del 1960 avevo iniziato la quarta elementare in una scuola romana, dopo avere trascorso l’estate dai nonni, in campagna. Senza giocattoli ma con un intero mondo a disposizione. 

Negli occhi di Anna, intanto, scorrono le immagini del mare: non è il mare di Vasto questo, sembra non finire mai. È pieno di animali e la notte il cielo si riempie di stelle e, piano piano, le stelle cambiano. Poi arriva la prima tappa australiana, a Perth. La nave fa scalo il tempo necessario per consentire di scendere. Così le due bambine con la mamma hanno tempo di pranzare a casa di zii che non ha mai conosciuto e che, probabilmente, non vedranno mai più. 

Prima di arrivare a Sydney, la nave fa altri scali. Anna non li ricorda esattamente ma, ricostruendo, si tratta di Adelaide e Melbourne. 

A Sidney inizia la sua nuova vita, con la famiglia riunita, e inizia la scuola in una lingua diversa, indossando il cappello con i vestiti nuovi. Alla fine del percorso di studi viene prontamente assunta da una banca, come ragioniera. Passa poco tempo prima di incontrare il marito. Erano tempi in cui l’unica possibilità per incontrarsi era un breve fidanzamento e il matrimonio.

La conclusione è presto detta: il marito è originario di Navelli (AQ) e, a un certo punto della propria vita, non si è sentito di lasciare i genitori soli in paese, con tanti figli, tutti dispersi per il mondo – tra Australia e Canada.

Così sono tornati. Uno strano caso, quello di Anna: partita da un paese della costa abruzzese e tornata in un paese dell’Abruzzo montano, serbando nel cuore e nella mente il paese di adozione, Sydney, New South Galles, Australia, dove ha lasciato la sua famiglia di origine. 

Di quel paese, serba gelosamente alcuni ricordi. Tra gli altri, una collezione di School Magazine, ossia libri di lettura del The new South Wales Department of Education che risalgono al 1965 dai quali traiamo spunto per le nostre conversazioni3.

Se siamo qui a ricostruire questa piccola storia individuale, vissuta con l’inconsapevolezza di una bambina che partiva felice per raggiungere il papà, godendosi tutte le novità del viaggio e del nuovo paese, e che durante quel viaggio ha ‘sfiorato’ la Storia, è grazie alla sua “rientranza”4 e alla mia “arrivanza” nel medesimo luogo.

Quando le chiedo, “Per caso, ricordi come si chiamava la nave?”. “Toscana”, mi risponde senza nessuna incertezza. Con un nome e una connessione a disposizione, ricostruirne la storia è un attimo. Il transatlantico ‘Toscana’ è nato tedesco, con un nome tedesco (Saarbruken). Ed è stato costruito nel 1923 dalla compagnia di navigazione tedesca Norddeutsher Lloyd (North German Lloyd) attiva dal 1857. È stato adibito a nave passeggeri, a nave per il trasporto delle truppe, a nave ospedale per la Regia Marina, tra il 1941 e il 1945. Alla fine della seconda guerra (nel 1947) venne adibito al trasporto dei profughi dall’Istria in Italia e, infine, dal 1948, è stato adibito ai viaggi transoceanici in direzione dell’Australia, attraverso il Canale di Suez, per il trasporto degli emigranti, rimanendo in servizio fino al 1960. Sicuramente, era partito dal porto di Trieste, facendo la prima o forse la seconda tappa a Brindisi dove erano salite a bordo la mamma con le sue due bambine. Il viaggio di Anna fu dunque l’ultimo per il transatlantico (che era stato rinominato Toscana nel 1935). Nel 1962 venne demolito nei cantieri di Trieste.

Transatlantico Toscana

Fu anche l’unico viaggio di Anna in nave. Quando tornò in visita ai suoceri, negli anni Settanta, il viaggio si faceva ormai in aereo. In quaranta anni i fatti della Storia avevano cambiato il mondo. Anna ha incrociato questi fatti nella cabina, sul ponte, nella sala mensa del transatlantico. Non immaginava che sarebbe tornata in Abruzzo, a Navelli. Anche questo è un caso di “restanza”4.

  1. I ricordi di Anna, sommati a quelli della sorella Maria, interpellata in videochiamata, fanno un contrasto tanto forte con le immagini delle navi pieni di migranti di oggi e con il trattamento loro riservato che viene da domandarsi se mai chi si trova nei posti addetti a dare disposizioni abbia consapevolezza della nostra storia recente. E, di conseguenza, come sia possibile che i cittadini chiamati a votare queste figure abbiano rimosso i nostri emigranti dalle loro menti e abbiano ‘dimenticato’ di trasmettere queste memorie ai giovani di oggi perché arrivino con consapevolezza al momento del voto. Eppure non erano tempi facili. A ottobre 1960 il primo ministro era Amintore Fanfani, succeduto a Fernando Tambroni (marzo / luglio 1960). È quasi incredibile che allora, in un momento storicamente difficile, a pochi anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, i governi, anche molto distanti, abbiano trovato un accordo per gestire i flussi migratori. Ed è ancora più incredibile che oggi nel nostro paese tanti si scaglino contro i nuovi migranti senza il supporto dei fatti, senza umanità e, troppo spesso, con atteggiamenti di vero e proprio razzismo. Basta la lettura attenta di un veloce testo di Don Luigi Ciotti, Lettera a un razzista del terzo millennio, Edizioni Gruppo Abele 2019), per smontare alla radice tutte le motivazioni di questi atteggiamenti. 
  2. Nella mente, l’immagine delle due bambine con i loro cappellini si sovrappone a quella dei personaggi femminili di Pamela L. Travers che indossano sempre il cappello.  Non solo quelli di Mary Poppins ma anche quelli dei suoi racconti, in particolare, Zia Sass (Zia Sass, 1941, Sellerio 2015). 
  3. I vecchi libri di scuola sono vere e proprie miniere per ricostruire come e cosa si studiava e la visione del mondo che la scuola trasmetteva. Nel fascicolo del luglio 1965, c’è un brevissimo articolo (meglio, una riflessione) dedicato alla Giornata nazionale degli Aborigeni (National Aborigines and Islanders Day Observance Committee, NAIDOC, cfr. https://www.naidoc.org.au/about/history ): “Nel National Aborigines’ Day, il 9 luglio di quest’anno, pensiamo in modo speciale ai nostri aborigeni. Le strade invisibili che un tempo seguivano da una pozza d’acqua all’altra, in molti distretti sono state arate o edificate. La strada che seguono oggi è quella della piena cittadinanza. Puoi aiutare un amico aborigeno a seguire questa strada?”. È un buon punto di partenza per riflettere sul come si sia realizzata la colonizzazione del suolo australiano da parte della Gran Bretagna a partire dal 26 gennaio 1788 quando una nave carica di deportati, indesiderati in patria, approda nella Botany Bay, nei pressi dell’attuale Sydney, per costruire in quella terra ‘disabitata’ una prigione lontana dalla madrepatria. Una volta elaborato il marchio della loro origine (in almeno 150 anni), divenuti rispettabili cittadini della Corona e distrutti i riferimenti territoriali delle popolazioni nomadi (che abitavano l’Australia da trentamila anni e più),  la scuola invita i loro figli a ‘guidare’ un ‘amico’ aborigeno a adottare il punto di vista del colonizzatore (cfr. Robert Hughes, La riva fatale, I ed. 1986, Adelphi 1990).
  4. Nell’accezione usata da Savino Monterisi nel suo Cronache della restanza

settembre 2020

Un pensiero su “Una bambina racconta: 1960, dall’Abruzzo in Australia. E ritorno

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