Estate? Tempo di vacanze! Il primo pensiero per molti, moltissimi.
In realtà, per molti altri, l’estate è tempo di lavori. Tanti, diversi, faticosi, quotidiani. A cominciare dal raccolto, fino alla pulizia del prodotto, alla cernita, all’immagazzinamento per il consumo casalingo o la vendita.
Lavori ignorati e dimenticati per lo più, in un mondo che ormai pensa al cibo solo in termini di prodotti confezionati, inscatolati, pronti all’uso e al consumo.
A ben guardare, quello che si trova nelle scatole, nei barattoli o nelle lattine ha una storia precedente. Non bella, nella maggior parte dei casi (in tutti quei casi in cui proviene da agricoltura intensiva e, dunque, ridotta a un’industria con pochi lavoratori e tante macchine).
Ma c’è ancora un’agricoltura a dimensione di lavoro familiare, fatta di piccole aziende che producono prodotti locali, tipici, secondo criteri tradizionali e, dunque, affidandosi al lavoro manuale. Anche alle macchine, naturalmente, per lavorare il terreno (se il terreno è grande).
Dove si incontrano realtà come questa? In tutti i luoghi dove lavorare con i criteri dell’agricoltura intensiva è (quasi) impossibile per la conformazione del territorio. Dunque, prevalentemente, nei territori di alta collina e di montagna.
Ecco così che, se si sceglie un paesino lungo la dorsale dell’Appennino per le vacanze (cose che ricominciano ad accadere, in periodo di emergenza sanitaria) può capitare di trovarsi in una dimensione d’altri tempi, può capitare di scoprire l’aspetto all’origine di ceci, fagioli, lenticchie e di osservare in presa diretta la procedura per conservare il prodotto, semplicemente passeggiando lungo le vie del paese.

Si può scoprire che, tra agosto e inizio settembre, non c’è giorno di tregua.
Laddove c’è una famiglia di agricoltori, si possono osservare distese di legumi poste a seccare sui teli, in attesa di essere puliti. A Navelli (AQ), il prodotto tipico, accanto allo zafferano, è rappresentato dai ceci. La prima cernita dei ceci viene fatta in modo meccanico, con appositi strumenti atti a separare il legume dalla pula, ossia i residui della pianta.
Lo strumento tradizionale per questa operazione è il crivèllo [dal latino tardo cribellum, diminutivo di cribrum “vaglio”], un apparecchio costituito da un telaio sul cui fondo è fissata una rete metallica o una lamiera perforata. Scopro che Rolando ne possiede uno ormai antico, durante le chiacchiere che si intrecciano mentre le mani al lavoro (di Almerinda, Rosella, Maria …) non smettono la loro attività di cernita – la seconda, quella che permette di eliminare anche i ceci rovinati o spezzati.
I turisti spesso si fermano, osservano incuriositi, fanno domande, scoprono la versione ‘originale’ di un legume da utilizzare in tante ricette diverse. Almerinda risponde, spiega, dà consigli per le ricette (le mani sempre in attività, naturalmente).
Con l’idea del crivèllo antico sempre in mente, insieme a Rosella vado da Rolando, suo fratello. Rolando prende il grande crivèllo e lo appende a una struttura che da un po’ si trova davanti al suo magazzino. Finalmente capisco a cosa serve (avevo pensato allo scheletro di una capanna indiana che Rolando volesse costruire per i nipoti!). Versa nel crivèllo (lo chiama con il nome dialettale, che non sono in grado di trascrivere) un buon quantitativo di ceci per mostrare il movimento da fare. Il risultato è che tutti i residui di pula ‘vengono a galla’, rendendo più facile l’operazione di eliminarli manualmente.
Sul bordo esterno del crivèllo, c’è una scritta: Briziarelli Perugia. Faccio una veloce ricerca ma, con questo nome trovo soltanto una azienda, FBM (Fornaci Briziarelli Marsciano), che si occupa di laterizi. Chissà, forse l’azienda (attiva dagli inizi del 1900), aveva una produzione collaterale.
TESTO E FOTO: Rosa Rossi
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