All’entrata del paese, lasciata sulla destra Santa Maria in Cerulis e, sulla sinistra, il campo sportivo, una rotonda di dimensioni ridotte invita, su un lato, alla parte bassa del paese, sull’altro alla parte alta e alla frazione.
Imboccando quest’ultima direzione, si può osservare un campo un po’ particolare. Di anno in anno si presenta un po’ diverso, per scelta delle coltivazioni, per disposizione, per gli originali interventi del proprietario. Rolando.
A vederlo, sembra una fucina di esperimenti.
L’abbinamento di piante diverse fa pensare a una ‘consociazione’, ossia alla “coltivazione contemporanea di due o più specie di piante sullo stesso terreno, allo scopo di ottenere una maggior quantità di prodotti, o una produzione qualitativamente migliore”.
Provo a fare una ricerca, sulle varie consociazioni possibili. Ne trovo di vario tipo, limitatamente alle piante erbacee e ortive (in particolare, graminacee e leguminose). Ma, apparentemente, nessuna di quelle sperimentate e previste, corrisponde alle scelte di Rolando.
Così, un giorno mi fermo per curiosare. Rolando è intento ai suoi lavori di sistemazione e raccolta.
Come è naturale, il discorso cade immediatamente sul tempo. Non piove. Realmente, non piove ormai da alcuni mesi. Solo un paio di giorni tra giugno e agosto, ha piovuto per poche ore. Decisamente troppo poco. Le coltivazioni ne hanno risentito. La fonte alla quale si ricorre per innaffiare le culture si sta esaurendo. Gli effetti si vedono. Pur recuperando tutta l’acqua che si può recuperare, le piante soffrono e la produzione scarseggia.
Quest’anno, nel campo di Rolando, c’è in primo piano una fila di piante di sorgo (o saggina) con le infiorescenze ricche di granella in pieno rigoglio. È una delle graminacee più diffuse per l’alimentazione umana e animale (e oggi anche per la produzione di energia). Anzi, è una delle coltivazioni più antiche su suolo asiatico ed europeo, oggi diffusa in tutto il mondo. È anche una di quelle che meno soffre per la mancanza di acqua.
Una fila non è niente, se dovesse servire al consumo. Ma la scelta è presto spiegata: una volta accantonata la granella (perfetta come mangime per tortorelle e affini!), le infiorescenze vengono utilizzare per la fabbricazione di scope e scopette (quelle grandi per spazzare in casa, quelle piccole per ripulire il camino dalla cenere). Generalmente sostituite da quelle in materiale plastico, sono ancora di uso comune in paese. E Rolando non è tipo da tirarsi indietro nel costruire qualcosa che possa tornare utile.
Ci sono poi, in file ordinate, tanti girasoli, un’asteracea originaria del Perù. I ‘capolini’ (quelli che, ancora piccoli, si girano verso il sole, mentre da adulti guardano fisso verso oriente) sono ormai giunti a piena maturazione, anzi per proteggere i semi sono ricoperti con sacchetti di recupero.
I semi essiccati si mangiano (al pari dei semi di zucca) e sono un mangime perfetto per gli uccelli.
La novità è rappresentata da due capanne indiane ottenute dai fusti dei girasoli, ancora sormontate dai ‘capolini’ fioriti. Le immortalo, da lontano, da vicino, nei particolari.
Per un attimo torno bambina, nella campagna dei nonni. Sono nella casetta di ginestra, alle prese con i servizi da tè per bambole (immaginarie) ricavati dalle cupole delle ghiande (di cerro, prevalentemente).
Mi rendo conto che Rolando ama costruire cose nuove, anche semplicemente per giocare. Sarà che da anziani, come siamo, si ritorna un po’ bambini. Con poche parole, secondo il suo solito, butta là un’osservazione che dà da pensare. Apparentemente nessun bambino si è mai fermato a curiosare e neppure ha provato a entrare nelle capanne. Neppure i nipoti. E’ colpa dei bambini? Sicuramente no. Ma, con certezza, qualcosa è mancato nella passaparola tra generazioni.
A completare l’apparente consociazione ci sono ancora due piante un tempo ‘esotiche’: pomodori (decisamente striminziti, causa siccità) e zucche (di quelle grandi, da cui si ricavano le facce per Halloween), anch’esse quasi senza frutti, per lo stesso motivo. Entrambe provengono originariamente dal Centro America.
Che dire, cinquecento anni fa, questo campo non sarebbe stato possibile. E anche se ci fosse il mais (che di solito, c’è, nel campo di Rolando, la situazione non cambierebbe: un altro cereale ospite che è giunto da lontano (dal Messico, precisamente) entrato ormai da tempo nel numero degli alimenti coltivati in modo intensivo di cui i consumatori fanno fatica a immaginare le varietà multicolori, abituati come sono a consumarlo in scatola.
E chissà chi ricorda i giochi con le barbe delle pannocchie (che in realtà è il nome dell’infiorescenza che sovrasta la pianta), ossia degli spadici sul cui tutolo sono fissati i semi (quelli che finiscono in scatola).
Il campo, come mi dice Valentina, che di consociazioni agricole se ne intende, assomiglia all’ “orto di quattro sorelle che bisticciano”. Ma è perfettamente in linea per soddisfare le passioni di Rolando!
TESTO E FOTO: Rosa Rossi
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