Tessuti antichi e stampe naturali

(Ossia, recuperare per riutilizzare, contro la filosofia dell’‘usa e getta’).

Passione per i tessuti e stampa naturale: l’alchimia che nasce da questi elementi può portare a risultati imprevedibili.

Se poi la passione per i tessuti si esercita nel recupero e nel riutilizzo di materiali abbandonati da decenni e ritrovati sugli scaffali di un negozio dell’usato o sulla bancarella di una fiera, il risultato sarà sicuramente unico.

Alla base, dunque, c’è una malattia inguaribile: quella di preferire – tra il comprare una cosa nuova o una cosa vecchia – l’acquisto di quella vecchia. Curiosità? Ansia del guardare avanti? Dispiacere di veder scomparire cose preziose? Avversione per l’idea di buttare al macero il passato? Probabilmente un insieme di tutte queste sensazioni è quello che mi porta a curiosare tra i caotici scaffali dei negozi dell’usato o delle bancarelle delle fiere dedicate al vintage, riemergendone con qualche tesoro tessile e con la soddisfazione di essere stata proprio io a ‘salvarlo’.

Tra tesori di questo tipo, capita di trovare intere confezioni di ‘panni’ o ‘pezze’ recuperate in qualche vecchio armadio della nonna dove sono finite negli anni cinquanta, sorpassate dal ben più pratico e, soprattutto, ‘usa e getta’ assorbente igienico.

Diffusosi dapprima faticosamente in Germania e negli Stati Uniti (rispettivamente, grazie alla ditta HARTMANN (oggi HARTMANN GRUPPE o Paul Hartmann AG,  una società tedesca attiva nella tecnologia medica) e alla Johnson&Johnson, società statunitense attiva dal 1886 (oggi è una multinazionale che comprende decine e decine di marchi tra i quali la casa farmaceutica italiana Carlo Erba, fondata nel 1853), l’assorbente cominciò ad affermarsi veramente negli anni venti del 1900. La prima diffusione avvenne grazie alla britannica Kotex il cui nome è un’abbreviazione dell’espressione “cotton-like texture) (oggi è uno dei brand della statunitense Kimberly-Clark Corporation), sbaragliando in una trentina d’anni lo scomodo, antiquato e lavabile ‘pannolino’.

A distanza di un secolo circa dall’inizio della diffusione la logica del prodotto innovativo, ‘usa e getta’ che liberava le donne dalla schiavitù del pannolino di pezza è messa sotto accusa dalla difficoltà dello smaltimento (al pari dei pannolini per l’infanzia). Gli assorbenti di produzione industriale sono entrati nel novero dei rifiuti altamente inquinanti, al punto che, con la stessa difficoltà e lentezza con cui si sono affermati, se ne auspica la sostituzione con pannolini lavabili di nuova generazione, già ampiamente sperimentati, prodotti a livello artigianale e semiartigianale e presenti sul mercato.

Le confezioni di pannolini realizzati al telaio, ancora confezionate in gruppi di sei / dodici e ancora legate con un nastrino, recuperate nelle soffitte e nelle cassapanche delle nonne e delle bisnonne, sono definitivamente finite nel mercato dell’usato, in attesa di riusi creativi di tutti i tipi.

Dal recupero di alcuni di questi pannolini – rettangoli di tessuto di lino o di cotone, tessuti a telaio, caratterizzati dalle sfrangiature laterali, che hanno accompagnato la non facile vita delle donne almeno fino alla prima metà del secolo scorso – nasce questa storia. 

Una storia che sarebbe impossibile senza la collaborazione con Michela, ossia Rosso di Robbia, amica e compagna di avventure (non ultimo in giro per mercatini!) e soprattutto esperta di eco print, ossia stampa naturale su tessuto.

Ed ecco svelata l’alchimia: i tessuti – affidati all’esperienza di Rosso di Robbia – assumono una nuova ‘veste’ e con questa possono rinascere a nuova vita, diventando semplici centrotavola che incantano con le impressioni di materiali vegetali ma che possono aspirare a divenire tovaglia, runner, tenda per una casa dall’ispirazione naturale …

La galleria fotografica presenta alcuni pannolini stampati in scuro (ovvero con l’utilizzo di supporti in ferro sui quali i tessuti vengono avvolti e poi cotti) e altri in chiaro (su supporti di legno).

Per quelli in scuro sono state utilizzate foglie di cerro, acero saccarino, acero campestre, rosa e castagno, variamente combinate giocando anche con le sovrapposizioni. Per quelli in chiaro, fiori di dimorphoteca e coreopsis e foglie di acero giapponese e di rosa.

Il risultato porta in casa e sulla tavola, forme, profumi e colori assolutamente naturali, per circondarsi in ogni momento della natura e del fascino delle cose fatte a mano, ieri (il lavoro al telaio di una sconosciuta donna di inizio ‘900) e oggi (il lavoro di stampa di Michela che si immerge tra fiori e foglie e ne riemerge ogni volta con qualche magnifica ‘impressione naturale’)!

Raccontare questa esperienza,  mi dà la sensazione di aver contribuito al salvataggio di un piccolo angolo di passato, abbandonato frettolosamente e comprensibilmente per la filosofia dell’usa e getta che in alcuni decenni ha messo e sta mettendo pesantemente in crisi il sistema mondo! L’idea di recuperare e di riciclare permette di auspicare l’affermarsi di soluzioni che mantengono alto il livello della vita quotidiana senza distruggere, rendendo un po’ meno dolorosa la riflessione sull’inquinamento ambientale.

TESTO: Rosa Rossi

FOTO: Elia Palange

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