Le pigne sono quelle di un Cedro del Libano (Cedrus Libani). Si tratta (si trattava, ormai) di un esemplare situato lungo la strada di accesso alla parte più alta di Navelli, quella che un tempo (fino agli anni Sessanta del secolo scorso) non esisteva. Il borgo era ancora abitato e non c’erano alberi esotici sulle pendici del colle. Con la strada, sono arrivati anche gli ‘arredi’ arborei (pinaceae e cupressaceae, in particolare) che oggi convivono con gli alberi locali – roverella (Quercus pubescens), frassino (Fraxinus ornus), bagolaro (Celtis australis), olmo (Ulmus), ecc. – o con quelli insediatesi sin dal tempo dei Romani, o anche prima, provenendo dal Mediterraneo orientale – come il mandorlo (Prunus dulcis) -, e quelli arrivati nei secoli scorsi, come la specie ‘invasiva per eccellenza’, l’ailanto (Ailanthus altissima).
Il Cedro del Libano svettava isolato lungo il margine della strada in direzione della valle. Si riconosceva per il portamento e naturalmente per le pigne dalla caratteristica forma a cono. Le pigne del cedro, in condizioni normali, sono saldamente attaccate al ramo e, quindi, impossibili da raccogliere (né ce ne sarebbe motivo: lungo la strada ci sono altre pinaceae e a terra ci sono sempre pigne in quantità). Poi, arriva un violento temporale. Un fulmine colpisce in pieno il Cedro: una profonda ferita longitudinale lungo tutto il tronco. Alcuni rami cadono violentemente a terra. Altri vengono tagliati per sicurezza. Tutti speriamo nella sua ripresa: come gli altri alberi introdotti come ‘arredo’, ormai fa parte del paesaggio.
Un giorno, mentre salgo verso la cima, mi rendo conto che qualcosa non va. Non c’è dubbio, gli aghi stanno ingiallendo. Il processo è ancora all’inizio ma il cedro sta vivendo una lenta agonia. Passano alcune ore e si scatena una tempesta di vento fuori dall’ordinario (quest’anno niente pioggia ma ogni variazione di temperatura comporta almeno un paio di ore di vento improvviso e violento). Nel tardo pomeriggio, quando passo di nuovo dalla stessa strada, buona parte del cedro è a terra. Il vento lo ha spezzato. I rami sono già stati tagliati e accantonati lungo la strada a monte. Fine di un albero che, forse, si ergeva troppo dritto e isolato al punto da diventare il bersaglio del fulmine!
E qui comincia la storia delle pigne.
Nei giorni successivi, durante le consuete camminate con Rosella, lo strato di pigne ormai a terra è evidente. Sono lì ormai sterili, secche. Alla successiva camminata, porto con me un cesto e ne faccio un bel raccolto. La destinazione naturale è quella di essere d’aiuto per accendere il caminetto! Forse potrebbero essere utilizzate anche per tingere. Non ho alcuna certezza ma decido di fare un tentativo.
Le metto in una delle grandi pentole che uso per i miei esperimenti scriteriati. Riempio la pentola di acqua fredda. Lascio a mollo per alcuni giorni. Infine, dispongo la pentola sul fornello, porto a bollore e la lascio sobbollire per circa un’ora. Tolgo la pentola dal fuoco e la lascio freddare. Il risultato è un ‘bagno’ scuro, marrone rossiccio, direi.
A questo punto metto a bagno una striscia di cotone (già mordenzata con allume e Soda Solvay) e un campione di lana appenninica e ripeto la sequenza (lascio a mollo per un paio di giorni, metto sul fuoco fino quasi a bollore, lascio raffreddare). Ripeto l’operazione con due matasse di lana ‘merinizzata’ italiana proveniente dagli allevamenti di Campo Imperatore a suo tempo tinti da Michela in due bagni successivi, molto leggeri, di campeggio e rosso di robbia. Tanto per vedere ‘l’effetto che fa’. Infine ho recuperato le pigne dal bagno colore e le ho lasciate seccare al sole. Ora sono pronte per la loro ‘prima’ destinazione, il caminetto!
NOTE
- L’introduzione di pinaceae in un ambiente che non le prevede non sempre è una buona idea. Il violento incendio del 2007 ne è stata una dolorosa conferma.
- Il diffondersi degli alberi ‘esotici’ come alberi ornamentali è un fenomeno connesso con quello dell’imperialismo politico e ha avuto il suo sviluppo a partire dal Settecento ad opera, principalmente, di studiosi, botanici e collezionisti inglesi. E’ un fenomeno ampio, ramificato e diversificato che ha portato gli uomini a prelevare le piante dal loro luogo originario per trapiantarle altrove senza immaginare le conseguenze a breve e lungo termine di questi spostamenti.
- Non ho trovato indicazioni specifiche sull’uso delle pigne di cedro nei libri che ho a disposizione (D. Cardon, Le monde des teintures Naturelles; Anne Varichon, Couleurs; Jenny Dean, Wild Color e Paola Della Pergola, Colori secondo natura). Quindi procedo liberamente, senza seguire regole. In modo scriteriato, appunto. Il fine dei miei esperimenti è capire, imparare, approfondire (a partire dal mondo che mi circonda). I tessuti e le lane che tingo non restano mai inutilizzati: diventano i protagonisti, rispettivamente, di altri esperimenti (di cucito e di maglia).
TESTO E FOTO: Rosa Rossi
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