E’ tempo di riscoperte. Come capita di riscoprire libri letti da tempo negli scaffali delle librerie, così capita di riscoprire foto e appunti per articoli mai scritti nelle cartelle ‘custodite’ nella memoria del computer.
Da una cartella riemergono così le mie prime sperimentazioni indisciplinate: la curiosità di sperimentare con quello che ho a disposizione in giardino travalica le ‘ricette’ che pure ho a disposizione. Come dire, anche in questo campo, è divertente mettere alla prova i proverbi. ‘Sbagliando si impara’. L’importante è che non si faccia danno e, in questo caso, avrò al massimo dei risultati ‘sbagliati’. Michela, la mia maestra, non me ne vorrà per questo!
La passione per la natura e le sue forme (foglie, fiori, frutti, ecc.) si è incontrata – ormai alcuni anni fa – con l’eco print, ossia con la stampa vegetale su tessuto.
Da quel momento, ho partecipato a corsi, incontrato artisti, raccolto una ricca documentazione fotografica e dedicato articoli alle più diverse sperimentazioni, senza metterle in pratica in prima persona per un lungo periodo.
Prima o poi, complice il giardino disordinato di (quasi) montagna, era inevitabile che mi venisse il desiderio di sperimentare in prima persona, quasi per scherzo. Da sola, sarei riuscita ad ottenere qualche risultato?
Magari con le cose più semplici, quelle che in qualche modo avrebbero sicuramente lasciato una traccia.
I materiali tessili su cui provare non mi mancano. Ho sempre avuto la mania di conservare vecchi tessuti recuperati, in attesa di un nuovo utilizzo (scampoli di cotone, di lino e di canapa, vecchi asciugamani di lino ormai inservibili, tovaglioli ormai senza tovaglia, una vecchia tenda anonima).
Tra le foglie a disposizione nel giardino – un po’ orto e un po’ frutteto – ho raccolto quelle del noce e di vari tipi di rose. Nei dintorni, ho recuperato foglie di quercia e di acero minore (Acer monspessulanum), una specie diffusa in tutti i paesi dell’Europa mediterranea. Tra le pagine di un libro, ho recuperato alcune foglie di castagno gelosamente conservate (in questo angolo di Abruzzo montano dove abito, castagni non ce ne sono, e un po’ mi mancano!)
Così, adattando lo spazio cucina a laboratorio, ho dato il via alla sperimentazione, distribuendola su più giorni. Come prima cosa ho mordenzato i tessuti in un bagno ferroso, disponendo nella pentola una serie di vecchi oggetti di ferro, presenze tipiche nella casa di chi, come me, ama conservare tutto perché ‘anche gli oggetti hanno una storia’ e, poi, ‘non si sa mai, possono sempre servire’.
Ho poi scelto alcuni rami della misura giusta rispetto al pentolone che ho a disposizione (completato da un vecchio coperchio di recupero che deve essere appartenuto a una pentola di alluminio) da utilizzare come supporto per i fagotti.
Una volta pronti i tessuti con la mordenzatura ferrosa, viene il momento di disporre il materiale vegetale sui tessuti, di arrotolarli sui fagotti e di legarli saldamente. Sicuramente le stampe avranno colori scuri. Le foglie che sto usando contengono tannino.
E allora perché non esagerare? Ho conservato i malli delle noci, proprio pensando a un eventuale sperimentazione. Credo sia arrivato il momento di verificarne l’effetto. Così i fagotti finiscono nella pentola insieme al raccolto di malli di noce. A fine cottura, li lascio raffreddare, poi finalmente, li apro per verificare cosa ha prodotto l’alchimia dell’incontro tessuti, foglie, bagni di mordenzatura e colore.
La stesa di tessuti appesa in giardino ad asciugare è il risultato di questa sperimentazione.

Nella composizione di tessuti ormai asciutti e piegati, è riconoscibile un ‘estraneo’: una striscia di juta che avevo aggiunto nella pentola, giusto per provare in che modo risponde al bagno di colore il tipico tessuto da sacco e da giardino.

A questo punto i tessuti hanno acquisito una personalità diversa e unica. Posso passare alla fase successiva: cosa ricavarne e come utilizzarli?
TESTO E FOTO: Rosa Rossi
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