Un campionario per vestito

Questa è una storia di colori e di alcune matasse di lana.

Durante la giornata, da sempre, trovo almeno un’ora da dedicare ai ferri. I capi nascono senza fretta. Sono frutto della passione trasmessa dalla nonna che, a sua volta, aveva sempre un lavoro a maglia o all’uncinetto tra le mani. E se si impara a tenere i ferri in mano a cinque / sei anni, difficilmente si smette né si disimpara. Esattamente come non si disimpara ad andare in bicicletta.

I colori naturali sono una scoperta relativamente recente, dovuta all’incontro con un’amica speciale, Michela, che ha trasformato la sua formazione in storia dell’arte in un’attività di ricerca sui colori vegetali e sulla stampa con materiali vegetali. 

All’inizio dell’anno passato, quando è divenuto chiaro che sarebbe stato possibile muoversi solo per le emergenze e che, di conseguenza, se volevo continuare gli esperimenti di tintura e stampa avrei dovuto contare soltanto sull’esperienza acquisitiva e sui materiali a disposizione nei dintorni, mi sono ripromessa di tenere un quaderno sul quale appuntare materiali, ricette, risultati, con tanto di campioni attaccati in bell’ordine. 

Alla fine dell’anno ho tirato le somme, scoprendo che:

  • non ho più la pazienza necessaria per realizzare i campionari che amavo tanto da ragazzina (gli ‘imparaticci’ dei punti di ricamo, le schede con le tipologie di foglie, di semi, ecc. ), alle scuole medie, e che erano ancora in voga nel periodo di passaggio da ‘economia domestica’ a ‘educazione tecnica’. Ormai, quella pazienza la riservo soltanto alle ricerche sui libri, alla scrittura, alle note.
  • di conseguenza, il quaderno, iniziato con tanto entusiasmo è rimasto a metà, con informazioni frammentarie e  campioni svolazzanti tra le pagine.
  • i colori che ottengo sono solitamente tenui. Probabilmente sbaglio il rapporto tra quantità dei materiali vegetali e dell’acqua. Forse a volte ho usato poco allume di rocca nella fase di mordenzatura, oppure ho riutilizzato troppo lo stesso bagno. Difficile risalire all’errore, ammesso che di errore si tratti.

C’è sempre la soddisfazione di ottenere un colore, per quanto tenue (soprattutto, quando si è trattato di tingere con gli scarti dello zafferano, ossia petali, antere e residui di foglioline del crocus sativus tra ottobre e novembre). In questo caso, abbiamo (al plurale perché è stato un lavoro ‘cooperativo’) ottenuto bagni di colore differenti, dal verde più chiaro, tendente al giallo, al verde scuro.

Un altro risultato di quest’anno decisamente inusuale è stato l’aver sviluppato una profonda insofferenza per la ricerca quasi maniacale dei colori accesi. Cioè, del colore simile a quelli che si ricavano dalla chimica di sintesi.

È un atteggiamento ormai diffuso: la richiesta dei consigli, dei segreti, degli ingredienti che assicurano il risultato più efficace è divenuta una costante nei gruppi dedicati a questi argomenti. Esattamente come nel mondo della stampa con le foglie, l’uso di metri e metri di pellicola di plastica per assicurare il risultato finale si è diffuso a vista d’occhio (spesso mimetizzato, come se non si riconoscesse!).

Ma la pratica della tintura e della stampa vegetale non deve essere ispirata al rispetto per la natura? Al desiderio di non usare prodotti nocivi all’ambiente? Al desiderio di indossare capi prevenienti dal materiali naturali e realizzati in proprio? Alla necessità di recuperare pratiche tradizionali? In conclusione, di vivere in sintonia con la natura? Che senso ha, allora, tingere con lo scopo di ottenere un colore che scimmiotta quello ottenuto con la chimica di sintesi? Non è preferibile un colore tenue? Uno di quei colori ottenuti da un improbabile raccolto di foglie di frassino o da un altrettanto improbabile raccolto di pigne di cedro del Libano, piantato, chissà quando e perché a 800 slm, in un borgo abruzzese, e abbattuto da un fulmine  o, ancora, dalle foglie di vecchie piante di carciofo che nascono rigogliose in giardino a dispetto di qualsiasi nostro tentativo iniziale di eliminarle (soltanto perché i carciofi non sono un granché). Alla fine abbiamo desistito e i fiori sono il ‘ristorante’ prediletto dei bombi, appena il sole comincia a scaldare l’aria).

In ogni caso, quaderno o non quaderno, ho portato avanti le mie sperimentazioni per tutto l’anno esclusivamente con i materiali trovati nel giardino di casa (molto poco giardino, un po’ frutteto, un po’ orto, un po’ prato, dove le piante spontanee prevalgono decisamente su quelle coltivate: il viburno, qualche arbusto di rose, i lillà) e con quelli raggiungibili a piedi, nei dintorni. 

La varietà delle tonalità doveva necessariamente confluire in un capo multicolore, facile da lavorare e da portare. Nessuna difficoltà nell’abbinamento delle tinte. Tutto ciò che ho sperimentato ha dato risultati perfettamente abbinabili. 

L’unico colore naturale, senza necessità di tinta, è il marrone (per la verità sono marroni provenienti da matasse differenti, appartenenti originariamente a pecore differenti, alcune più scure, altre più chiare). 

Gli scacchi sono stata la soluzione più semplice e, secondo me, la più efficace. Ho riservato la tinta unita alle maniche e al collo. Per il resto una scacchiera per il davanti e una per il dietro, un risultato nel complesso tenue quanto basta per avere il coraggio di indossarlo. 

Un libro tira l’altro, accompagnandoti per tutta la vita

La mia avventura con i libri è iniziata molto, molto presto. Per qualche strana alchimia sono stata attratta dai libri fin da bambina. E il rimprovero di mio padre che lamentava i miei maldestri tentativi di afferrare i suoi libri da una libreria alla mia altezza (al punto da essere stata immortalata in una fotografia…

Sara del Giudice, Derrière le rideau, Dargaud 2022 (Storia di due sorelle, 1937-1944)

Originariamente pubblicato il 3 dicembre 2023 Con l’avanzare dell’età, la necessità familiare di continui andirivieni tra Italia e UK, ci ha portato ad adottare la soluzione del viaggio lento, in macchina. Ogni viaggio, in questo modo, diviene l’occasione per tappe opportunamente programmate lungo il tragitto, in luoghi di interesse culturale e/o storico: Amiens, Colmar, Metz,…

Dall’album dei ricordi: cronache dal passato (per ricostruire la storia)

(originariamente pubblicato il 25 settembre 2025) Alcuni ricordi tornano a galla con la complicità di fotografie d’altri tempi, un po’ sbiadite, in bianco e nero. Anch’esse reperti, così come le immagini che hanno immortalato e che riemergono nella memoria. Tra queste, una mi ritrae, bambina, in una carrozzina di inizio anni Cinquanta, nell’ampio terrazzo della…

Uno sguardo alla ‘credenza’ dei ricordi

(originariamente publicato il 2 luglio 2022) Mentre sono assorta nella lettura di un libro, mi capita ogni tanto, magari per riflettere a qualcosa che ho appena letto, di guardare in direzione della ‘credenza’, ossia del mobile che custodisce bicchieri, piatti e altri oggetti di porcellana. Quelli che, un tempo, erano considerati parte del servizio buono,…

“Una goccia di luna tra l’erba” … (Jules Renard, Storie naturali, Elliot 2013)

In un periodo di letture ‘serie’ – che, in realtà, sono ri-letture di tragedie greche motivate dagli ultimi ‘strascichi’ del lavoro di tutta una vita – sono riuscita a inserire, un po’ di soppiatto, un titolo recentissimo e un titolo decisamente datato, recuperato insieme ad altri nella mia libreria di fiducia, specializzata anche nel settore dell’usato. â€¦

Libro d’altri tempi, questioni attuali: Armide Broccoli, Chiamavano pane il pane, Edagricole 1969

Ci sono libri datati che risultano superati nei fatti. Ciò nonostante, leggerli può rivelarsi estremamente interessante. Quello di cui parlano non è ‘nuovo’. Ma, proprio perché è superato, può contribuire a una lettura critica del nostro presente. Soprattutto perché il nuovo ha portato con sé il diffondersi di una generale superficialità nel rapportarsi alla società…

Rispondi